Artists In The Word
Artisti nel Mondo
Le nostre interviste agli Artisti Emergenti non solo nella Musica, ma anche del mondo della Scrittura, Poesia, Attori (teatro, cinema e tv) condividi con Noi il Tuo progetto creativo.
Intervista a
Piero Rogandelli
Redazione. Il tuo ingresso nel mondo della recitazione è avvenuto quasi per caso:
quanto ha inciso quel primo provino nel cambiare la tua vita?
Piero Rogandelli - Ha inciso tantissimo.
In quel momento avevo bisogno di una conferma immediata.
Venendo da una realtà del sud, spesso si cresce con l’idea di un percorso già tracciato.
Vincere quel primo provino è stato come ricevere un lasciapassare: mi ha dato il coraggio di inseguire davvero questa strada.
Redazione. Hai lasciato un lavoro stabile per inseguire la carriera artistica:
è stata una scelta difficile o inevitabile?
Piero Rogandelli Se ci ripenso oggi, è stata la scelta più difficile che abbia mai fatto.
Ma in quel periodo avevo un’energia che non ho saputo, e forse non ho voluto,
controllare: ed è stata la mia fortuna.
Dentro di me sentivo che era la direzione giusta.
Redazione. Quali sono stati gli ostacoli più grandi che hai incontrato trasferendoti a Roma per studiare recitazione?
Piero Rogandelli Ricostruire tutto da zero, sia a livello umano che economico.
Non conoscevo nessuno e non ero mai stato a Roma.
Sono passato dal vivere con la mia famiglia e gli amici di sempre a trovarmi completamente solo. Anche dal punto di vista lavorativo è stato un cambiamento forte:
da un lavoro stabile a fare il rider e il segretario per mantenermi.
Redazione. Quanto è stata importante la formazione accademica
nel costruire la tua identità come attore?
Piero Rogandelli È stata fondamentale.
Quando ho deciso di fare l’attore ho capito subito di avere molte lacune da colmare,
soprattutto a livello culturale.
Dalla storia del teatro greco fino a Pirandello, erano aspetti a cui al liceo non avevo dato il giusto peso e ci tenevo a colmare queste lacune.
La formazione mi ha dato una base solida su cui costruire.
Redazione. Dopo le prime difficoltà, è arrivato il ruolo nella serie “Aldebaran”:
cosa ha rappresentato per te questa opportunità?
Piero Rogandelli “Aldebaran” è stata una spinta emotiva enorme.
I primi mesi a Roma non sono stati semplici, e anche la mia famiglia viveva
con preoccupazione la mia situazione.
Quando ho ricevuto quella opportunità, il primo pensiero è stato proprio per loro:
volevo dimostrare che potevo farcela.
Lavorare con professionisti come la regista Milena Cocozza è stato qualcosa
di surreale e molto formativo.
Redazione. Hai lavorato tra teatro, cinema e televisione:
in quale di questi ambiti ti senti più a casa e perché?
Piero Rogandelli È una domanda complessa, perché ogni ambito ha
il suo modo di farti sentire a casa.
Durante gli anni di formazione ho vissuto molto il teatro,
che mi ha dato una forte base.
Negli ultimi anni però ho lavorato soprattutto su set cinematografici e televisivi,
e oggi è lì che mi sento più a mio agio:
il set ha la capacità di diventare casa già dal primo giorno.
Redazione. Le esperienze nei teatri come India e Trastevere
quanto hanno contribuito alla tua crescita artistica?
Piero Rogandelli Moltissimo.
Il Teatro India, in particolare, è un’esperienza che porterò sempre con me.
È stato il primo spettacolo in cui la mia famiglia e i miei amici sono venuti da lontano per vedermi. Passare dal palco dell’accademia a uno spazio così importante mi ha fatto sentire, per la prima volta, non più uno che provava a fare l’attore, ma qualcuno che lo stava facendo davvero.
Redazione. Il 2025 è un anno ricco di progetti importanti:
quale senti più vicino al tuo percorso personale?
Piero Rogandelli Il 2025 è stato un anno di passaggio, subito dopo la fine dell’accademia, un momento in cui ci si sente un po’ spaesati.
Ho avuto la fortuna di lavorare in progetti importanti come “Comando io”
(presentato al BIFEST) “Il pesciolino rosso” (Vincitore della categoria Kids
al GIFFONI FILM FESTIVAL e la serie “Corpi viola”.
Tra questi, proprio “Corpi viola” è il progetto che sento più vicino:
racconta un ragazzo normale che si ritrova in una realtà più grande di lui,
ed è qualcosa in cui mi riconosco molto.
Redazione. Come ti prepari per entrare nei personaggi che interpreti,
soprattutto nei ruoli più complessi?
Piero Rogandelli Cerco sempre dei punti di contatto con il personaggio.
Anche quando è molto distante da me, ci sono bisogni e obiettivi che ci accomunano.
Parto da lì, dalla mia esperienza personale, e costruisco il resto mettendomi al servizio della storia.
Redazione. Oltre alla recitazione gestisci anche un circolo di padel: come riesci a conciliare vita imprenditoriale e carriera artistica?
Piero Rogandelli Non è sempre semplice, soprattutto nell’ultimo periodo.
All’inizio riuscivo a gestire meglio entrambe le cose,
ma con l’aumento degli impegni è diventato più complesso.
Fortunatamente non sono solo:
avoro con soci e collaboratori che mi supportano molto.
È una realtà importante, che mi ha fatto crescere anche a livello umano e mi ha permesso di incontrare tante persone, alcune delle quali mi sostengono anche nel mio percorso artistico.
Segui Piero Rogandelli su:
Instagram
Intervista all'autore
Paolo Avanzi.
Redazione: Lo specchio infranto è un romanzo che unisce indagine, introspezione e dimensione artistica.
Da dove nasce l’idea iniziale della storia?
Paolo Avanzi: Mi sono sempre domandato che ne sarà di me come scrittore e artista quando non ci sarò più.
Riuscirò a lasciare un segno nei posteri?
Questo romanzo è una sorta di fantabiografia, una mia proiezione in un lontano futuro, cinquantanni dopo la mia presunta scomparsa.
Il protagonista si mette sulle tracce di questo artista (che sono io) per scoprire che fine ha fatto.
E si imbatte così nelle sue opere pittoriche e letterarie.
Redazione: La casa sul lago — quasi un personaggio — custodisce memoria e mistero.
Quanto conta il tema dei luoghi come contenitori di identità e narrazioni?
Paolo Avanzi: La casa nei pressi del lago di Como, dove si svolge il romanzo, esiste veramente e l'ho descritta in modo dettagliato.
E' stato un modo per dare una dimensione realistica ad una trama che per diversi aspetti è avvolta nel sogno. La casa, in quanto dimora dell'artista Paolo Avanzi che ci ha vissuto, ne custodisce i segreti e lo spirito creativo.
Redazione: Il protagonista Ivano Paltesi intraprende un’indagine che diventa anche un percorso interiore.
Quanto c’è, in questo viaggio, della sua visione personale del cambiamento e della ricerca di sé?
Paolo Avanzi: Questo personaggio è una sorta di mio alter ego che stanco della solita routine decide di cambiare vita, pur senza avere chiaro in testa cosa fare.
Mettendosi sulle tracce di questo artista scomparso e abitando dove lui ha vissuto finisce per assimilarne lo spirito; inizia così lo sviluppo delle proprie abilità creative.
E' un po' il percorso, da autodidatta, che ho compiuto io da ragazzo che non mi sentivo realizzato lavorando in ufficio.
Redazione: Nel romanzo lo specchio è metafora potente: frammentazione, riflesso, identità.
Come dialoga questo simbolo con il suo linguaggio pittorico, in cui le figure appaiono scomposte?
Paolo Avanzi: Lo specchio esiste come oggetto fisico nella casa. L
a sua rottura mette in moto la storia che si dipana tra imprevisti e rivelazioni.
La frammentazione della figura, riflessa in questo specchio, è indice della complessità della realtà psicologica dell'essere umano.
Ed è anche metafora del percorso di indagine del protagonista che deve mettere insieme i pezzi di un puzzle per arrivare alla soluzione.
Infine è anche una esemplificazione del mio stile pittorico che si coniuga con quello letterario.
Redazione: Lei ha una carriera artistica multidisciplinare — pittura, teatro, musica, scrittura.
In che modo queste esperienze si contaminano nella costruzione narrativa del libro?
Paolo Avanzi: Lo specchio infranto ha una sua dimensione visiva, di cui ne sono esempio le mie pitture; ma ha anche una dimensione letteraria.
Le mie opere narrative, come ho detto, procedono come il progressivo completamento di un puzzle. Ed è l'operazione che il protagonista deve compiere.
Il quadro completo della situazione sarà possibile esaminando le opere che l'artista scrittore scomparso ha realizzato in vita.
Oltre a questo, l'elemento comune al mio essere pittore, scrittore, attore ecc. è il mio mettermi in gioco, senza timore che il risultato risulti provvisorio o incompiuto.
L'importante è migliorarsi e accettare nuove sfide.
Redazione: Il confine tra realtà e immaginazione nel romanzo resta volutamente ambiguo.
È una scelta narrativa o una riflessione sul modo in cui costruiamo i nostri ricordi?
Paolo Avanzi: L'ambiguità tra realtà e immaginazione non è un semplice artificio retorico, è un dato con cui tutti noi abbiamo a che fare.
Spesso la realtà supera la nostra immaginazione.
E l'immaginazione trae spunto dalla realtà, anche quella apparentemente più banale.
Nel romanzo questo passaggio dalla realtà all'immaginazione e viceversa è legato allo spessore narrativo della vicenda.
Una storia che per quanto bizzarra ha forti riscontri con la realtà, quella della casa per esempio che esiste realmente, così come le opere letterarie e pittoriche realizzate dal suo autore realmente esistito.
Redazione: Nel ricostruire la vita del misterioso Paolo Avanzi “personaggio”, il lettore assiste a un gioco di specchi tra autore, protagonista e memoria.
Quanto è stato complesso mantenere questo equilibrio?
Paolo Avanzi: Questo specchio infranto è una metafora che tiene insieme l'intero romanzo, ed è un processo che si sviluppa collegando i personaggi che si rimandano in un gioco di attese e interrogativi.
Non è stato semplice mantenere questa coerenza dall'inizio alla fine.
A tale scopo ho puntato sul mio stile narrativo in cui parola e immagine si rincorrono e si fondono.
Redazione. Dopo numerosi romanzi, saggi e testi teatrali, dove colloca Lo specchio infranto nel suo percorso artistico e letterario?
Rappresenta una svolta o una sintesi?
Paolo Avanzi: Rappresenta il paradigma del mio percorso artistico iniziato una ventina d'anni fa quando il mio stile pittorico (caratterizzato da distorsione e frammentazione) ha preso avvio. Dalla pittura c'è stata una evoluzione verso la letteratura e quindi verso il teatro.
Redazione: Lei è anche promotore culturale e divulgatore.
Che ruolo attribuisce oggi alla narrativa nel favorire consapevolezza e dialogo interiore nei lettori?
Paolo Avanzi: Cerco di creare delle storie che interessino provocando degli interrogativi più che delle risposte.
Non è un caso che in molte mie opere il quadro risulti "incompiuto" o il finale in sospeso.
Vorrei provocare una riflessione, in chi osserva le mie pitture e chi legge i miei racconti, che continui nel tempo possibilmente.
Credo che compito della narrativa sia di scuotere il lettore dalle sue normali certezze.
Provocare quel brivido che distolga dal quieto vivere a cui troppo spesso siamo abituati. Intrattenere quindi ma con intelligenza.
Redazione: Guardando al futuro:
su quali progetti sta lavorando e quali territori creativi sente di voler esplorare ancora?
Paolo Avanzi: Sto terminando un nuovo romanzo che dovrebbe uscire entro la fine di quest'anno. Una evoluzione di quest'ultimo che sono convinto non deluderà il lettore.
Oltre a questo continuo con la mia produzione in campo artistico e teatrale
segui: Paolo Avanzi, su:
www.avanzidicultura.com
Intervista a
Louve Verveine Liorè
Autrice Emergente della fiaba:
"Lo Scribacchio Indovino"
Redazione. Nella sua biografia si descrive come un’“anima antica” che ascolta la voce della natura: quanto questa visione ha influenzato la nascita de Lo Scribacchio Indovino?
Louve V.L. Nella natura colgo un dialogo silenzioso:
ascoltarla è un gesto istintivo che ispira ogni pagina e ogni scelta narrativa.
Redazione. La fiaba intreccia elementi di leggenda, natura e amicizia: da dove nasce l’ispirazione per costruire questo mondo incantato e i suoi personaggi?
Louve V.L. I personaggi nascono dal bisogno di dare voce agli animali.
“Piumetta l’ochetta e Peter il gufoletto sono nati come scintille di meraviglia,
piccole creature che incarnano leggerezza e curiosità. Ninuzzo, il talponcino, è arrivato inaspettato, come un segreto sussurrato dalla terra. Ognuno porta con sé un frammento della mia interiorità, trasformato in voce libera e autentica.”
Redazione. Piumetta, Peter e Ninuzzo affrontano prove di coraggio e collaborazione: quanto questi valori riflettono il suo modo di intendere la vita?
Louve V.L. Coraggio, fiducia, collaborazione:
sono valori che vivono tanto nei miei personaggi quanto nella mia esperienza quotidiana.
Redazione. La storia mette al centro famiglie divise da rancori antichi: voleva lanciare un messaggio anche agli adulti, oltre che ai bambini?
Louve V.L. La fiaba parla anche agli adulti:
ricorda che cooperare e accogliere le differenze non è un’opzione, ma una scelta necessaria.
Ai bambini insegna a guardare oltre il pregiudizio, con apertura e gentilezza.
Redazione. Il monte Muncibbeddu e la Foresta delle Antiche Nenie hanno un forte legame con luoghi reali della Sicilia e dell’Italia centrale/sud: quanto la geografia personale influisce sulla sua scrittura?
Louve V.L. Sicilia e Sud Italia non sono solo scenari:
sono radici profonde che imprimono al racconto profumi, suoni e visioni che appartengono a me e alla mia memoria.
Redazione. Nei capitoli emergono metafore sull’acqua, le radici e la terra: sono simboli legati a una ricerca di equilibrio e felicità collettiva?
Louve V.L. Sono simboli di equilibrio e bellezza.
"La felicità si nasconde negli spigoli del tempo, sempre un passo oltre la nostra presa.”
Redazione. Lo stile narrativo alterna ironia, poesia e immagini vivide: come nasce il suo linguaggio creativo?
Louve V.L. Il linguaggio creativo nasce da letture, osservazioni e sensazioni:
un filo che intreccia ironia, poesia e immagini nitide, capaci di lasciare spazio all’immaginazione.
Redazione. La pergamena della felicità è il motore della trama: per lei, nella vita reale, che cosa rappresenta davvero la felicità?
Louve V.L. La felicità è libertà nuda, che non chiede ornamenti: selvaggia, necessaria, vera.
Se potessi rinascere,
sceglierei di essere un albero di montagna, silenzioso e testimone del tempo.
Redazione. Nella fiaba si incontrano custodi misteriosi, enigmi e illusioni: quanto è importante, secondo lei, insegnare ai piccoli lettori che la crescita passa anche attraverso le difficoltà?
Louve V.L. È essenziale che i bambini comprendano che crescere comporta fatica.
Il valore di ciò che si conquista è infinitamente maggiore di ciò che ci viene donato senza merito.
Redazione. Guardando al futuro, immagina altre avventure ambientate in questo universo narrativo, o nuove fiabe con radici e personaggi differenti?
Louve V.L. Sto esplorando nuovi orizzonti: Fiabe al rovescio;
un romanzo gotico contemporaneo, in cui riecheggiano le voci delle mie antenate.”
“un ibrido tra diario e calendario, progettato per stimolare l’introspezione e la lettura di sé.”
Segui Louve Vervaine Liorè su:
Facebook.
Instagram.
Sito Web
acquista il libro su:
Amazon
sul sito di Family Editore.
Intervista a:
Giuseppe Bresciani
autore del libro: L'uomo che pesò l'eternità.
Redazione: L’uomo che pesò l’eternità nasce dall’incontro tra storia, alchimia e riflessione esistenziale.
Qual è stata la scintilla iniziale che l’ha spinta a raccontare la figura enigmatica del conte di saint Germain?
Giuseppe Bresciani: Mi piace scrivere i libri che vorrei leggere.
E poiché non esisteva un romanzo sul conte di Saint Germain, ho voluto raccontare la sua storia. La scintilla è stata l’attrazione per questo personaggio ai confini della realtà, di cui avevo letto alcune opera che gli vengono attribuite, come la trilogia “Io sono” e “La très sainte trinosophie”.
Redazione: Il romanzo si apre nella Roma del Natale 1940, con un uomo solo che parla alle statue del Pincio.
Perché ha scelto questa cornice narrativa così simbolica per dare voce a un’esistenza lunga 246 anni?
Giuseppe Bresciani: Per diversi motivi.
Il primo è che amo Roma e mi piaciuto iniziare la storia sul Pincio in un giorno molto speciale.
Il Natale 1940 lo fu per due motivi: era il primo Natale di guerra e a Roma nevicò.
Di questo evento straordinario non c’era alcuna memoria storica.
Un altro motivo è che Roma ricorre spesso nella storia, è una calamita.
Redazione: Leopoldo Giorgio attraversa tre secoli di storia ed è testimone di rivoluzioni, guerre e grandi trasformazioni sociali: quanto lavoro di ricerca storica c’è dietro questa narrazione e come ha bilanciato realtà e finzione?
Giuseppe Bresciani: Un grosso lavoro, anche perché non basta essere studiosi di storia per afferrarne l’essenza.
Occorre calarsi con l’anima nello spirito del tempo.
Io l’ho fatto rispettando un principio: la storia con la S maiuscola deve essere rispettata dalla trama e la storia intesa come finzione deve apparire perfettamente verosimile.
Da qui, nasce la mia attenzione quasi fiscale per gli ambienti, i fatti e i personaggi.
Redazione: Nel libro, l’immortalità non è un dono soprannaturale ma il frutto della conoscenza e dell’alchimia.
Che significato attribuisce oggi alla ricerca della pietra filosofale, in senso letterario e metaforico?
Giuseppe Bresciani: L’immortalità fisica è un chiodo fisso dell’umanità, fin dai tempi antichi.
Gli alchimisti si illusero di poterla raggiungere realizzando la Grande Opera.
Il lapis philosophorum, cioè la sostanza capace di sanare la corruzione della materia, è un’utopia. Eppure, l’uomo non hai smesso di cercare il modo per diventare immortale.
Oggi, questa ricerca passa attraverso le biotecnologie, in particolare la nanotecnolgia.
Redazione: L’amore, soprattutto l’eterno femminino, sembra essere il vero motore della vitalità del protagonista.
Che ruolo ha questo tema nel romanzo e nella sua personale visione della vita?
Giuseppe Bresciani: L’amore è la linfa vitale di un essere umano, il suo combustile, il propellente che lo mantiene giovane.
L’amore è uno dei temi primari del mio romanzo, forse perché la mia esperienza di vita in ambito affettivo è stata fortunata.
Anche la vita sentimentale del conte di Saint Germain lo è, per quanto sia un po’ farfallone.
Non un tombeur de femmes come Casanova, ma di certo abile a infrangere il cuore delle donne.
Redazione: Il protagonista assume molte identità, fino a diventare leggenda.
È anche una riflessione sull’identità dell’uomo moderno e sul bisogno di reinventarsi nel tempo?
Giuseppe Bresciani: Il conte è costretto a cambiare identità per eludere la morbosità della gente ed evitare i guai.
Ma le sue metamorfosi possono essere lette alla maniera di Pirandello.
Noi siamo uno, nessuno e centomila.
Oggi più che mai siamo confusi ma avidi di esperienze.
Vorremmo disporre di uno o più Avatar.
E reinventarsi diventa quasi una necessità.
Redazione: Lei arriva a questo romanzo dopo opere dedicate all’Afghanistan, a Leonardo da Vinci e al romanzo storico.
In che modo L’uomo che pesò l’eternità rappresenta un punto di sintesi o di svolta nel suo percorso letterario?
Giuseppe Bresciani: Non credo sia un punto di sintesi e nemmeno di svolta.
Tuttavia, lo considero una pietra miliare sul mio cammino.
Penso di avere raggiunto una buona capacità come affabulatore e di sapere scrivere con eleganza. Per ottenere ciò ho dovuto leggere tantissimo.
La prosa di uno scrittore si affina attraverso le grandi letture.
Ma penso di avere ancora margini di crescita, sia stilistica che narrativa.
Redazione: Dopo trent’anni di attività imprenditoriale-umanistica ha scelto di dedicarsi completamente alla scrittura.
Quanto questa esperienza precedente ha influenzato il suo modo di raccontare la storia e i personaggi?
Giuseppe Bresciani: La mia esperienza, i miei numerosi viaggi, i miei errori sono il lievito madre del mio essere scrittore.
Come romanziere prediligo il racconto in prima persona.
Mi immedesimo nei miei personaggi, entro in empatia con loro. Se Flaubert diceva “Madame Bovary c’est moi ”, potrei affermare che “Io sono il conte di Saint Germain”.
Redazione: Il finale lascia il lettore sospeso fra il desiderio di continuare a vivere e la tentazione dell’oblio.
Che tipo di interrogativo voleva lasciare aperto nel lettore contemporaneo?
Giuseppe Bresciani: E’ l’eterno dilemma che l’uomo si pone almeno una volta nella vita, espresso da Amleto. Essere o non essere?
Oggi, potremmo modificarlo in “Essere o apparire”.
Al lettore ho voluto trasmettere il messaggio che inquietava i viaggiatori greci che si recavano a Delfi, sul cui tempio era inciso il monito Gnozi ze autòn, cioè “Conosci te stesso”.
Quanto ci conosciamo veramente?
Redazione: Se dovesse riassumere l’Uomo che pesò l’eternità in una sola domanda rivolta a chi lo leggerà, quale sarebbe?
Giuseppe Bresciani: Se ti offrissero il dono dell’immortalità lo accetteresti, sapendo che un uomo immortale vede invecchiare e morire le persone care, deve continuamente cambiare identità e patria, adattarsi a un progresso che può diventare un peso insopportabile?
Il tema di fondo de “L’uomo che pesò l’eternità” è l’immortalità.
Il protagonista sfida e smentisce l’assioma che non si possa vincere la morte.
Il protagonista cerca e trova il segreto dell’eterna giovinezza, dopodiché smette di invecchiare e “naviga per tre secoli sulle acque impetuose della storia”.
Il suo racconto è un autodafé che avvince il lettore, risucchiato nei grandi eventi pubblici e privati, e lo tiene in tensione fino all’ultima pagina, che potrei definire “amletica” A ispirarmi è stata la figura del misterioso Conte di Saint Germain, un personaggio realmente esistito e intorno al quale sono sorte diverse leggende.
Redazione: Spiegaci il significato del titolo “L’uomo che pesò l’eternità” e del sottotitolo “mi hanno chiamato principe, alchimista, impostore e santo, ma nessuno ha mai saputo chi fossi davvero”?
I Giuseppe Bresciani: l Conte di Saint Germain era un uomo straordinario, coevo di Giacomo Casanova e del conte di Cagliostro.
Il titolo deriva da una frase della lettera che scrisse al filosofo Voltaire: “Je pesai l’éternel”.
Il conte, che cambiò nome e identità molte volte nel corso dei suoi 246 anni di vita, era un uomo poliedrico.
Molti lo consideravano un santo, un taumaturgo, un re Mida, un grande erudito, un principe, ma altri dicevano di lui che fosse un mistificatore, un imbroglione, un avventuriero senza scrupoli.
Ma su un punto è d’obbligo convergere: divenne immortale.
Redazione: Chi è davvero Giuseppe Bresciani?
Giuseppe Bresciani: Va da sé che sono uno scrittore che ama particolarmente il romanzo storico e intimista.
In realtà, il mio vero stilema è calarmi, anima e corpo, nel personaggio protagonista che diventa
l’io-narrante.
Se Flaubert diceva “Madame Bovary sono io”, confesso di essermi immedesimato in Leonardo da Vinci, il cavaliere del Fiordo e il conte di Saint-Germain, tanto per citare i protagonisti dei miei ultimi tre romanzi.
Per riuscirci ho dovuto fare una full immersion non solo nella loro biografia ma nel tempo in cui vissero.
E comunque, sono anche un iceberg, di cui si vede solo la parte affiorante. Quella sommersa, la più consistente, è invisibile.
Redazione: Se dovessi promuovere il tuo libro ai nostri lettori che cosa diresti?
Giuseppe Bresciani: Direi che “L’uomo che pesò l’eternità” è il romanzo che ho voluto scrivere perché non c’era.
Originalità della storia, passione amorosa, mistero, avventura e insegnamenti spirituali ed esoterici.
Sono gli ingredienti che rendono unica una storia poetica e visionaria che riflette sull’infinito, sull’amore e sull’eterno ritorno delle vite.
Per quanto riguarda lo stile…beh, l’eccellente scrittore e giornalista Luca Arnaù ha rimarcato nella sua recensione che “Bresciani scrive con una prosa limpida e avvolgente, che ha qualcosa del respiro dei grandi romanzieri europei della prima metà del Novecento.
Ogni pagina è calibrata, cesellata, eppure fluida come un pensiero antico che torna alla luce.”
Ho iniziato a scrivere ai tempi del liceo.
Ho scritto per tanti anni perché ero un direttore artistico nel campo della pubblicità e della comunicazione.
Ma la sete narrativa si è fatta impellente agli inizi del XXI secolo, quando la vocazione mi ha preso la mano.
Ho scritto il mio primo libro nel 2011, dopo un’esperienza forte e drammatica in Afghanistan.
Da allora ho pubblicato diversi romanzi.
Questo è diviso idealmente in due parti.
La prima racconta la vita del conte dalla nascita fino alla sua presunta morte (1694-1786).
La seconda narra la sua vita dal 1986 fino al 1940, l’anno in cui racconta i suoi vissuti.
Le mie tematiche collimano con i miei interessi.
Amo la storia, la filosofia, le dimensioni spirituali, l’esoterismo, i viaggi, la letteratura, l’antropologia.
Prediligo la narrativa alla saggistica.
Dedico molta attenzione alla descrizione di luoghi e ambienti, ma anche alla psicologia dei personaggi.
Sono un affabulatore e nei miei romanzi metto a nudo i lati segreti, a volte oscuri dell’essere umano.
Segui, Giuseppe Bresciani su:
Instagram
Intervista a:
Michela Minini e Michela De Martino
autrici del libro: Vola la Fantasia
Redazione. Michela, nei tuoi libri hai sempre dato spazio all’introspezione e alle emozioni più profonde.
In che modo questo nuovo lavoro si collega a quel percorso?
Michela De Martino. esponiamo noi stessi con le nostre fragilità e le emozioni che, spesso rimangono celate agli occhi del mondo, ma che, nella scrittura, riusciamo a mettere a nudo e a dar vedere, attraverso le parole ciò che di più intimo è in noi.
Anche in questo libro ogni parola rappresenta un lavoro introspettivo su noi stesse.
Redazione. In questa raccolta di storie si incontrano fantasia, avventura e valori universali come il coraggio e l’amicizia.
Da dove nasce l’ispirazione per queste narrazioni?
Michela De Martino. L’ispirazione nasce dall’osservare.
Oggi viviamo in un’epoca dove la tecnologia è diventata parte integrante del nostro quotidiano ma ci ha tolto ciò che è essenziale per la vita sociale: il parlare, incontrarsi.
Molti giovani vivono un disagio sociale che porta all’isolamento umano, con questo libro vogliamo lanciare un messaggio, vorremmo che chi leggesse vivesse un momento di crescita e dí introspezione ma soprattutto che non si è mai soli.
Redazione. Il libro è arricchito da illustrazioni che invitano chi legge a liberare la creatività.
Quanto per te è importante il dialogo tra parola e immagine?
Michela De Martino. la parola è la rappresentazione dell’immagine e viceversa.
Parola e immagine sono l’una il completamento dell’altra.
Redazione. Le tue opere hanno spesso una forte valenza sociale.
Pensi che anche questo libro possa diventare uno strumento di sensibilizzazione, oltre che di intrattenimento?
Michela De Martino. Ogni libro è uno strumento di sensibilizzazione sociale, in ognuno di essi vi è sempre l’intento di scuotere le coscienze o di regalare un punto di partenza per migliorarsi e migliorare il mondo in cui viviamo.
Redazione. Parli spesso di duttilità come valore fondamentale, sia nella tua vita personale che nella scrittura.
Dove ritroviamo questa forza nei racconti della raccolta?
Michela Minini. La duttilitá, è un filo conduttore che attraversa sia la mia vita che la scrittura, non è solo la capacità di trasformarsi, ma soprattutto quella di rinnovarsi, é il momento in cui la vita diventa scrittura.
Nei racconti di questa raccolta, la duttilità si manifesta in modi diversi, a volte è silenziosa, quasi invisibile, come nel personaggio che sceglie di ricominciare senza fare rumore; altre è più evidente, come in chi affronta un cambiamento radicale, ma in ogni storia c’è un gesto, un pensiero, una scelta che rappresenta la volontà di non arrendersi, non si tratta mai di eroi perfetti, ma di persone vere, che trovano dentro di sé la forza di andare avanti.
Redazione. Il tuo pubblico è molto vario, dai giovani agli adulti.
Questo titolo sembra proprio pensato “per tutte le età”:
come riesci a mantenere universale il tuo messaggio?
Michela Minini. Il mio intento è proprio quello di parlare a tutti, indipendentemente dall’età.
Cerco di usare un linguaggio semplice ma profondo, che possa toccare corde emotive comuni, il valore della memoria, la forza dell’esperienza, la bellezza della crescita e il legame tra generazioni. Quando scrivo, penso sia ai giovani che cercano riferimenti, sia agli adulti che magari riconoscono se stessi o le proprie radici.
Le emozioni vere come la gratitudine, la speranza, la resilienza non hanno età, è lì che si costruisce un messaggio universale, nella verità dell’umano.
Redazione. Sei molto attiva nel sociale e nella cultura.
Secondo te la letteratura può davvero contribuire a generare cambiamento nella società?
Michela Minini. La letteratura ha da sempre il potere di aprire gli occhi, accendere coscienze e mettere in moto il pensiero.
Non cambia la realtà da sola, ma cambia lo sguardo con cui la osserviamo e questo è il primo passo verso qualsiasi trasformazione.
Attraverso le storie, ci mettiamo nei panni degli altri, impariamo a comprendere le differenze, ci interroghiamo su ciò che è giusto, su ciò che ci unisce. In un mondo spesso frammentato, leggere e scrivere diventano atti profondamente sociali: creano connessioni, restituiscono dignità alle parole, e soprattutto, seminano futuro.
Per questo credo che la letteratura non sia solo cultura, ma anche responsabilità.
Redazione. La tua scrittura è stata definita evocativa e autentica.
Quanto c’è di te, magari in modo velato, anche dentro le fiabe o i racconti immaginari?
Michela Minini. C’è molto di me, anche quando non si vede, scrivere, per me, è sempre un atto di verità, anche dentro l’invenzione.
Le fiabe, i racconti immaginari, i personaggi fantastici, tutti portano dentro qualcosa che ho vissuto, sentito, osservato o sognato, a volte è un’emozione reale nascosta dietro una metafora, altre volte è un dettaglio, un silenzio, un frammento di memoria.
Anche quando racconto mondi lontani o situazioni irreali, la radice è sempre umana e spesso molto personale.
Credo che sia questo a rendere una scrittura autentica, la capacità di raccontare l’universale partendo da un sentire intimo, anche se velato.
Redazione. Hai già partecipato a eventi importanti come il Salone del Libro di Torino.
Come immagini la presentazione di questo nuovo lavoro e che emozioni vorresti trasmettere al pubblico?
Michela Minini. Sì, ho avuto il privilegio di partecipare a eventi importanti come il Salone del Libro di Torino, che ogni anno mi regala emozioni nuove e inattese.
Ogni presentazione è per me un’occasione unica per incontrare il pubblico, per condividere non solo le parole scritte, ma anche il cuore e le intenzioni che le hanno generate.
Per la presentazione di questo nuovo lavoro, immagino un momento intimo ma intenso, in cui poter raccontare non solo la trama, ma il percorso che mi ha portato fin lì, le ispirazioni, i dubbi, le scelte. Vorrei creare un dialogo autentico con chi ascolta, lasciare spazio alle domande, agli sguardi, ai silenzi pieni di significato.
L’emozione che più vorrei trasmettere è la connessione: tra autore e lettore, tra storia e vissuto personale.
Spero che chi parteciperà possa sentire che questo libro non è solo mio, ma anche un po’ loro.
Redazione. Se dovessi racchiudere in una sola parola l’essenza di questo libro e il messaggio che vuoi lasciare ai lettori, quale sceglieresti?
Michela Minini. “Ascolto” , é la parola che racchiude l’essenza di questo libro e il messaggio che vorrei lasciare. Ascolto come gesto silenzioso ma potente, che unisce generazioni, accoglie, dà valore alle storie e alle persone.
Riscoprire l’ascolto profondo, autentico, rispettoso è già un atto di cambiamento, è da lì che nasce ogni relazione vera, ogni racconto che lascia il segno, ogni possibilità di crescere insieme.
segui Michela Minini su:
Facebook
Acquista Vola La Fantasia su:
Amazon
Intervista a
Michela Minini
La voce poetica della resilienza
“Dove non arrivano le mani, ci arrivano le parole.
E certe parole sanno accarezzare l’anima.”
Redazione. Nelle sue opere traspare una profonda connessione tra dolore e rinascita.
Quando ha compreso che la scrittura poteva diventare una forma di guarigione e dono?
Michela Minini: Ho capito che le parole sarebbero diventate la mia forma di cura e dono da bambina, ho sempre amato scrivere e trasformare il suono delle sillabe in parole, esse scelte con sincerità e ascolto, sanno attraversare i silenzi troppo pieni di rumore, raccontando ciò che spesso non si riesce a esprimere.
Nel cuore che traggo l’emozione, trasformandola in esplorazione e infine esposizione.
Redazione. “Pensieri dell’anima” è stato premiato per il suo valore umano e letterario.
Cosa significa per lei ricevere riconoscimenti legati alla pace e alla cultura?
Michela Minini. Il potere più grande della poesia odierna, è la capacità di connessioni che si inoltrano oltre l’anima, riuscendo a rendere visibile ciò che è difficile dire, a trasformare l’esperienza individuale in qualcosa di universale, riporta il tempo alle origini, donando colori all’aria. Ricevere riconoscimenti legati alla pace e alla cultura è per me un onore profondo, ma soprattutto una responsabilità.
Significa che le parole, i gesti, le scelte che ho fatto hanno trovato un’eco nel cuore degli altri, che il messaggio di umanità, sta arrivando.
La cultura è uno strumento di pace, educa al pensiero, all’empatia, al dialogo, è presenza viva di ascolto, per questo, essere riconosciuta in questo ambito mi rende orgogliosa, è anche un modo per ricordare che le parole, se usate con verità e delicatezza, possono essere un ponte tra le persone, un seme di cambiamento, un gesto di pace che supera i confini.
Redazione. Il suo nuovo libro di favole è molto più di una raccolta per bambini. Cosa l’ha ispirata a raccontare storie in cui anche un passo modesto può cambiare il cammino?
Michela Minini. Mi ha spinto a scrivere favole per bimbi per donare un filo motivazionale e migliorare il futuro tramite piccole storie che parlano al cuore con semplicità e dolcezza.
Le favole hanno un potere speciale, riescono a trasmettere valori profondi attraverso immagini leggere, a toccare l’anima senza bisogno di grandi discorsi. Scrivendo anche per i bambini, ho sentito il desiderio di seminare fiducia, coraggio, rispetto per sé stessi e per gli altri.
Ogni storia è un piccolo dono, un messaggio nascosto tra le righe, un invito a credere nei sogni, ad affrontare le difficoltà con speranza, a vedere la bellezza anche nelle piccole cose, mi piace pensare che, tra quelle parole, un bambino possa sentirsi meno solo, più forte, più capace, che possa custodire dentro di sé quella luce e portarla con sé nel tempo.
Scrivere favole, per me, è un modo per costruire ponti tra generazioni, per lasciare una traccia gentile nel cammino del futuro.
Redazione. Nella sinossi si parla di protagonisti che rispecchiano piccoli e grandi lettori.
Quanto è importante per lei che i bambini si sentano rappresentati e sostenuti nella lettura?
Michela Minini. bimbi sono grandi menti, sostenendoli con la scrittura possiamo aiutarli a scoprire la forza delle parole, la bellezza dell’immaginazione, il potere di raccontare il mondo con occhi nuovi.
I bambini hanno dentro di sé una creatività pura, una visione autentica che spesso noi adulti dimentichiamo.
Scrivere per loro, o con loro, significa offrire uno spazio dove possano esprimersi liberamente, dove possano sentirsi ascoltati e valorizzati.
La scrittura diventa allora non solo un gioco, ma uno strumento di crescita, di consapevolezza, di libertà.
Credo fortemente che sostenere i bambini attraverso la cultura e la parola sia un investimento per un futuro più sensibile, più giusto, più umano.
Perché ogni bambino che impara ad ascoltarsi e ad esprimersi diventa un adulto capace di costruire ponti e non muri.
Redazione. Il libro invita a non fermarsi mai, a cercare sempre meraviglia e coraggio.
Qual è la “lezione più importante” che spera resti nel cuore di chi legge?
Michela Minini. Il messaggio che vorrei trasmettere è di speranza per un mondo migliore, i piccoli gesti possono far cambiare in meglio, quelli silenziosi e spesso invisibili costruiscono il cambiamento vero. Alle nuove generazioni voglio dire che non serve essere eroi per fare la differenza; basta essere presenti, autentici, consapevoli.
Viviamo in un tempo che spesso sembra disilluso, ma io continuo a credere che la bellezza, la solidarietà e l’amore possano davvero trasformare il mondo, un gesto alla volta.
La poesia, in questo, è complice silenziosa, ci insegna a guardare oltre l’apparenza, a credere che ogni gesto ha un senso, ogni voce ha valore.
Redazione. Lei è molto attiva in ambito sociale, con progetti a favore dell’infanzia.
In che modo la scrittura e l’impegno benefico si sostengono a vicenda nella sua vita?
Michela Minini. La scrittura sarà sempre un mezzo benefico, scrivo solo per donare.
Il ricavato dei libri andrà sempre in beneficenza ai bimbi.
Scrivere mi permette di dare voce a ciò in cui credo, di sensibilizzare, d’arrivare al cuore delle persone, non basta solo raccontare, sento il bisogno di trasformare le parole in gesti concreti.
Ogni libro che pubblico, ogni favola che condivido nasce con l’intento di fare del bene, di lasciare un segno tangibile.
Destinare i ricavati in beneficenza ai bambini, rendono più significative le parole scritte diventano anche un’azione, questo gesto rafforza il senso profondo del mio scrivere, è sinergia che mi guida ogni giorno, con passione e responsabilità.
Redazione. “Esplorare”, pubblicato da Family Editore, si rivolge sia ai piccoli che agli adulti.
Come riesce a bilanciare linguaggi e contenuti per creare un ponte tra generazioni?
Michela Minini. riesco a creare bilanciando un dialogo trasversale, che unisce mondi e sensibilità diverse.
Scrivere per molte fasce d’età significa adattare il linguaggio, ma non snaturare il messaggio in ogni racconto, che sia per un bambino, un adolescente o un adulto, cerco sempre di portare verità, emozione e riflessione, questo è il bello della scrittura polivalente, avere la possibilità di entrare in contatto con cuori e menti diversi, di seminare idee che possano crescere in forme differenti a seconda di chi le accoglie. Le storie diventano così ponti che collegano generazioni, esperienze, visioni del mondo. Attraverso le parole, costruisco un filo invisibile che unisce il passato, il presente e il futuro. Un filo che lega l’innocenza dell’infanzia, le domande dell’adolescenza e la consapevolezza dell’età adulta, in questo scambio continuo che la scrittura trova la sua forza più grande.
Redazione. Ha parlato spesso di resilienza e fragilità.
Qual è secondo lei il ruolo della letteratura nel far luce sui momenti più difficili della vita?
Michela Minini. Tra resilienza e fragilità nella lettura esiste una coesione, perché entrambe abitano le pagine con la stessa intensità e verità.
La lettura ci insegna che essere fragili non significa essere deboli, così come essere resilienti non vuol dire non cedere mai. Attraverso i libri possiamo vedere la fragilità come un valore, e la resilienza come un cammino e in questo equilibrio che il lettore cresce, riflette, si riconosce, scopre che anche nelle crepe più profonde può nascere una luce.
Redazione. Nei suoi laboratori e incontri educativi promuove l’espressione emotiva nei bambini. Che tipo di riscontro riceve da parte loro?
Michela Minini. Quando un bambino legge una mia storia, o semplicemente ascolta una favola e poi mi guarda con occhi pieni di stupore o mi fa una domanda semplice ma profonda, sento che qualcosa d’importante è accaduto.I loro sorrisi, le loro riflessioni spontanee, l’emozioni che riescono a esprimere con naturalezza mi confermano che le parole arrivano dove devono, non cercano filtri, non giudicano, accolgono e spesso sono proprio loro a insegnarmi. Il loro riscontro mi spinge a continuare, a scrivere con ancora più attenzione e amore, perché so che ogni parola può lasciare un segno nel loro immaginario, nei loro sogni, nel modo in cui guarderanno il mondo.
I bambini sono il presente che costruisce il futuro e accompagnarli con le storie è un privilegio profondo.
Redazione . Se dovesse lasciare un messaggio in una bottiglia per i lettori del futuro, quale frase estrarrebbe da una delle sue favole?
Michela Minini. La felicità che offriamo agli altri non deve essere misurata dalle quantità, ma dalla sincerità e dall’autenticità, con cui la doniamo. Ogni piccolo gesto d’amore e gentilezza può trasformare il mondo.
Segui Michela Minini sui social:
🔗 Instagram
Intervista a
Letizia Meuti
* Redazione: Come è iniziata la tua carriera di scrittrice e cosa ti ha portato a scrivere il tuo primo romanzo?
Letizia Meuti: Ho iniziato a scrivere nel 2012 come articolista freelance, poi dopo una pausa come segretaria di redazione in una radio sportiva della capitale,
ho aperto due blog intorno al 2017, uno di moda, l'altro, un social-travel blog chiamato Appunti di viaggio.
Con la pandemia nel 2020, ho dovuto fare i conti con un repentino cambio di rotta e mi sono convinta ad aprire il mio primo quotidiano indipendente online chiamato Roma-News.
In seguito, questo progetto piacque molto ad una società che lo prelevò e da lì ho cominciato a dedicarmi veramente alla mia grande passione,
che mi ha pian piano portata fino alla pubblicazione del mio primo libro.
* Redazione: Un Cinese Napoletano esplora il tema delle barriere culturali.
Cosa ti ha spinto a trattare questo argomento e in che modo la storia riflette la tua visione di integrazione?
Letizia Meuti: Bhe, la storia indubbiamente è molto attuale. Lo possiamo tranquillamente vedere anche nelle nostre vite di tutti i giorni, la realtà super globalizzata che ci circonda un pò tutti quanti.
Credo che parlare ancora di integrazione nel 2025, da una parte è sempre positivo e faccia bene, per rafforzare il concetto che a mio parere, non dovrebbe mai essere dimenticato, dall'altra penso che sia ormai radicato abbastanza bene, che può essere tranquillamente superato, nel senso ok, l'abbiamo imparato, andiamo oltre.
* Redazione: Il professor Andrea Costanzo è un personaggio chiave del tuo primo romanzo.
Da cosa hai tratto ispirazione per creare la sua figura?
Letizia Meuti: Nei miei romanzi, faccio sempre dei parallelismi con il mondo dell'arte. Nel caso del Professor Costanzo, mi sono ispirata alla figura del professor Bellavista di Luciano De Crescenzo, magari un pò più vecchio, malinconico, stanco e solo, quasi disilluso dalla vita ma sempre con una soluzione a portata di mano,
grazie al suo modo di pensare ed affrontare la vita, come penso possano fare unicamente gli uomini del nostro meridione.
* Redazione: In Tutta la Vita, seguiamo il percorso di Sofia e dei suoi amici.
Come è nato questo seguito e quali nuove sfide hai voluto esplorare rispetto al primo libro?
Letizia Meuti: Nel secondo libro ho voluto continuare ad usare lo stesso linguaggio narrativo, perciò ho voluto mantenere quest'aria di spenzieratezza ed ironia ma con risvolti introspettivi in alcuni punti, la descrizione esatta, per me, delle giovani generazioni passate, presenti e future.
* Redazione: Pisa e Napoli sono città molto diverse, eppure entrambe giocano un ruolo importante nei tuoi romanzi.
Come hai scelto queste ambientazioni e cosa rappresentano per te?
Letizia Meuti: Diciamo che ho voluto un pò unire il Sud con il Nord, per poter parlare meglio del nostro bellissimo paese.
Sono molto legata alle tradizioni, alle radici e questo credo sia stato il vero motore che mi ha portata a fare determinate scelte, dettate sicuramente dal cuore.
* Redazione: Nei tuoi libri parli di crescita personale, amicizia e ricerca dell’identità.
Cosa speri che i tuoi lettori portino con sé dopo aver letto le tue storie?
Letizia Meuti: Credo che il bello di certe letture sia anche quello di poter far vivere o meglio ancora, rivivere certe cose.
Diventando grandi, con i problemi che aumentano, la fretta di fare in continuazione,
molto spesso ci dimentichiamo sia di quello che siamo che di quello che eravamo.
Penso che la chiave per affrontare certi problemi anche quotiodiani, sia quella di ritornare un pò, ad essere, o meglio pensare, come, non dico proprio adolescenti, ma giù di lì.
* Redazione: Scrivere un seguito comporta sfide diverse rispetto a un’opera originale.
Quali difficoltà hai incontrato nel dare continuità alla storia di Sofia e dei suoi amici?
Letizia Meuti: Alla fine il romanzo è effettivamente una storia a se, lo definisco un continuo solo per la proprietà di linguaggio, alcune descrizioni ed il tema che, mentre nel primo descrivevo la famiglia ed i figli nelle loro dinamiche, in questo, porto avanti il discorso si della crescita dell' individuo, ma, questa volta, soffermandomi a parlare dei ragazzi e di come affrontano il mondo che li circonda in contesti specifici,
con tutti i pro e contro del caso.
L' integrazione e l'unione, sono sempre presenti per esempio, infatti nel libro ho inserito due personaggi appartenenti, uno ad una cultura diversa dalla nostra,
come quella del Bangladesh e l' altro appartenente alla comunità LGBTQ.
* Redazione: Tutta la Vita è stato pubblicato nel 2025.
Cosa rappresenta per te questo romanzo rispetto al tuo debutto letterario?
Letizia Meuti: Sicuramente in questo, mi sono un pò più rilassata.
Il primo è stato abbastanza pieno di dubbi e incertezze, soprattutto un leggero timore, per quanto poteva riguardare l' accoglienza del pubblico.
Questo sicuramente è stato fatto più a cuor leggero.
* Redazione: Oltre alla narrativa, hai lavorato come articolista e gestito blog su temi molto diversi, dalla moda ai viaggi.
In che modo queste esperienze hanno influenzato il tuo stile di scrittura e la tua visione del mondo?
Letizia Meuti: Scrivere libri è molto differente da scrivere per un blog o per un giornale.
Anche se sembrano una specie di continuo queste attività, ognuna di loro ha una storia, una particolarità, un respiro ed una vita a se.
Per quanto riguarda la visione del mondo, penso che molte più cose si apprendono e meglio sia, soprattutto è importante abbandonare le chiusure mentali, ed avere una propria visione ampia e libera di ciò che ci circonda.
* Redazione: Nel 2021 hai fondato il quotidiano online indipendente Roma-News.
In che modo la gestione di un progetto editoriale ha arricchito il tuo percorso di scrittrice?
Letizia Meuti: La cosa che fa sicuramente il giornale è quella metterti costantemente a contatto con la realtà, a contatto con determinate problematiche e a contatto soprattutto con gli altri.
Per me è stata una buona palestra. Un' ancora, ecco.
* Redazione: Hai aperto diversi blog, tra cui "Appunti di viaggio".
C'è qualche esperienza di viaggio che ti ha particolarmente ispirata nella tua scrittura?
Letizia Meuti: Quando avevo il blog, ero spesso in giro.
In quel periodo specifico, però, una sola vera esperienza significativa non c'è.
Mi hanno dato ed ho di conseguenza preso, da un pò tutte quelle che ho fatto. Sicuramente.
* Redazione: Il professor Andrea Costanzo, protagonista di Un Cinese Napoletano, è un personaggio molto sfaccettato. Quanto c’è di autobiografico o personale nella sua figura?
Letizia Meuti: Di autobiografico non tantissimo.
Mi piaceva l'idea, di questo quasi eroe romantico dei nostri tempi, con uno sguardo al presente ed uno al passato.
Come se vivesse in un limbo tra nostalgia e speranza. Poi, la grande umanità ed intelligenza che lo contraddistingue.
* Redazione: Essere registrata come autrice di opere letterarie presso la S.I.A.E. è un riconoscimento importante.
Cosa significa per te, a livello personale e professionale?
Letizia Meuti: E' stato un bel traguardo, inaspettato, tra l' altro, perchè non era una mia priorità, ma fortemente voluto.
Sono molto contenta.
* Redazione: Qual è stato il momento in cui hai capito che la scrittura di narrativa sarebbe diventata una parte fondamentale della tua carriera?
Letizia Meuti: Mah, di certo quando ho iniziato, perchè l'ho sentita proprio come una mia esigenza: quello di poter buttare fuori certe cose che avevo dentro, unito alla mia ricerca costante di occuparmi di cose importanti, anche di un certo spessore, in contrapposizione al mondo frivolo che vivevo a quel tempo.
* Redazione: Quali sono gli autori o le autrici che ti hanno maggiormente ispirata nel tuo percorso di scrittrice?
Letizia Meuti: Da adolescente ero innamorata, come tutti gli adolescenti credo, dei poeti maledetti, quindi subito, intorno ai quindici anni, mi sono avvicinata alle poesie di Rimbaud, Verlaine e Baudelaire. Intorno ai vent'anni ho scoperto Hermann Hesse e Kerouac, poi ho avuto un altro periodo molto intenso con gli scritti di Oscar Wilde e Fitzgerald.
Di seguito, superati i trent' anni, ho riscoperto Pier Paolo Pasolini, Alda Merini e qualcosa di Alessandro Baricco.
Negli ultimi anni, mi sono fatta prendere da altri generi.
Ho letto quasi tutti i libri di Giancarlo De Cataldo perchè parlano della mia bella città: Roma, che nonostante tutto, porto sempre nel cuore.
* Redazione: Hai qualche progetto futuro in cantiere di cui puoi parlarci?
Letizia Meuti: Ho in cantiere un terzo libro a chiusura degli altri due, che spero di poter far uscire il prima possibile, perchéparlerò di un argomento molto importante per me, che sento molto, perchè lo porto nel cuore, è una parte di me, ma, soprattutto tornerò a parlare di Sud.
Quindi incrociamo le dita!
Segui Letizia Meuti sui social:
🔗 Instagram
🔗 Facebook
🔗 Sito web
🔗 Tik Tok
🔗 YouTube
🔗 Gru