MR.Broderick: il viaggio musicale tra dance, emozioni e ricerca interiore
Dagli anni ’80 fino alle nuove produzioni del 2026, Maurizio Rossi alias MR.Broderick ha attraversato epoche, sonorità e collaborazioni che hanno segnato la storia della musica dance italiana. Dai CO.RO. alle produzioni più recenti come “Signal”, il suo percorso artistico continua a evolversi tra nostalgia elettronica, introspezione e sperimentazione.


Ecco l’intervista esclusiva per Èlite Magazine.
Negli ultimi lavori, un ruolo importante è rappresentato anche dalla collaborazione con l’etichetta discografica / edizioni Multiforce di Tiziano Giupponi.

Redazione. Maurizio, il tuo viaggio musicale nasce negli anni ’80 con il Commodore 64 e i primi sequencer: quanto pensi che quella fase pionieristica abbia influenzato il tuo modo di creare musica ancora oggi?

MR.Broderick. L’aver vissuto la mia adolescenza in concomitanza con l’esplosione tecnologica di quel periodo ha sicuramente influenzato il mio percorso artistico.
Oggi ci si ritrova a vivere un altro salto tecnologico col passaggio sempre più marcato al digitale.
Quelli che una volta erano i sintetizzatori o outboard rivoluzionari oggi si sono trasferiti dentro al computer utilizzando le DAW, digital work station, e diventando degli strumenti virtuali, ma il procedimento di utilizzo è rimasto praticamente lo stesso, anzi è diventato ancora più divertente sperimentare. Poi è arrivata l’intelligenza artificiale e qui incomincia il bello.
Se usata come strumento creativo può veramente aiutare. Io ancora oggi passo delle ore a cercare nuove sonorità con questi strumenti come face all’epoca.

Redazione. Hai collaborato con nomi storici della dance italiana come Stefano Secchi, Roberto Turatti, Orlando Johnson e AlbertOne.
Qual è stato l’insegnamento più importante che ti hanno lasciato quegli anni?


MR.Broderick. Aver avuto la fortuna di collaborare con loro mi ha fatto crescere come esperienza lavorativa ma anche come persona.
Non è tanto per il rapporto personale ma più per il coinvolgimento con tutto il mondo attorno a loro, tutte le persone e situazioni vissute in quel periodo.


Redazione. Il progetto CO.RO. è rimasto nel cuore di moltissimi appassionati eurodance.
Cosa rappresenta oggi per te quella stagione musicale?


MR.Broderick. Sicuramente è stato un viaggio incredibile dove ho vissuto momenti meravigliosi. Oggi essere ancora identificato come il Ro dei Co.Ro.
mi fa piacere ma sono abbituato a guardare avanti e preferisco lavorare sul Me attuale, Mr.Broderick.


Redazione. Nel corso della tua carriera hai attraversato momenti di stop e ripartenze.
Quanto è stato importante ritrovare la motivazione dopo periodi difficili?


MR.Broderick. Personalmente è difficile che perda la motivazione.
La passione per il mio lavoro supera tutte le difficoltà.
Cerco sempre prendere il lato positivo dell’esperienza per migliorarmi.


Redazione. Nelle tue produzioni recenti sembra esserci una componente più introspettiva e cinematografica.
È cambiato il tuo modo di vivere la musica rispetto agli anni ’90?


MR.Broderick. Negli anni ‘90 il mio approcio verso la musica era vissuto con inconsapevolezza, guidato dall’entusiasmo.
Oggi sono molto più consapevole e quando compongo cerco sempre di trasmettere emozioni.


Redazione. “Signal” parla della ricerca della propria identità in un mondo pieno di maschere e pressioni quotidiane.
Quanto c’è di personale in questo messaggio?


MR.Broderick. Signal racconta le difficoltà che tutti I giorni ognuno di noi deve affrontare e di come cerchiamo un qualcosa che ci aiuti per risolverle.
Dal mio punto di vista il modo migliore per riuscire ad uscire dal labirinto di queste problematiche e quello di liberarsi da tutte le prigioni mentali portate da tutto ciò che sta attorno a noi, televisione, media, giudizi, e trovare dentro noi stessi quella luce chi ci guidi verso casa, cioè chi siamo realmente. Quando finalmente si riuscirà ad essere veramente noi stessi allora nulla potrà astacolarci e potremo finalmente essere liberi.


Redazione. La voce di Kristel dona al brano un’atmosfera molto intensa ed emotiva.
Come nasce questa collaborazione?


MR.Broderick. Kristel mi è stata presentata da Tiziano Giupponi dopo aver sentito la demo del brano. Ho ascoltato insieme a Davide Foti (Myland) alcune sue interpretazioni canore e ci è piaciuta moltissimo, a quel punto siamo entrati in studio e abbiamo registrato.
Kristel è una persona solare e penso che sarà fantastico poter collaborare ancora con lei.

Redazione. Con “Way to Polaris” prima e “Signal” oggi, sembra emergere un vero percorso narrativo legato allo spazio interiore dell’essere umano.
Possiamo parlare di un concept artistico più ampio?


MR.Broderick.  Penso proprio di si.
Sto cercando di dare un mio contributo per migliorare il mondo e credo che il modo migliore sia quello di crescere interiormente, trovare dentro di noi quello che io chiamo casa, chi siamo veramente. Viviamo in un’era dove è più facile nascondersi dietro ad una maschera piuttosto che mostrarsi per quello che si è realmente e non parlo solo delle persone ma anche del sistema in cui viviamo dove è sempre più difficile comprendere cosa è vero e cosa non lo è.
Con la musica cerco di trasmettere questo messaggio sperando che possa essere d’ai
uto.


Redazione. Dopo tanti anni di esperienza, cosa pensi manchi oggi alla scena dance ed elettronica contemporanea?

MR.Broderick. Credo che manchi un pò di spensieratezza e di coraggio.
Oggi è più facile creare brani grazie alla tecnologia e ci sono un infinita di siti che vendono file audio gia pre confezionati , preset di suoni dei vari vst, ma su uno si limita ad usare questi file senza mettere realmente la proprio creatività si rischia di usare gli stessi file che usano tutti e quindi si avra brani piatti e senza anima.
Spensieratezza nel realizzare un brano senza prestesa di fare la hit ma solo per il piacere di divertirsi nel farlo e coraggio nel mettere in gioco se stessi e manipolare o creare da zero I suoni che poi identificheranno la personalità artistica di chi lo realizza.

Redazione. Guardando al futuro: tra nuove produzioni e il percorso con l’etichetta discografica / edizioni Multiforce di Tiziano Giupponi, quali progetti o collaborazioni possiamo aspettarci da MR.Broderick nei prossimi mesi?

MR.Broderick. La collaborazione con Tiziano e la Multiforce mi sta dando molte opportunità.
Sto lavorando nella realizzazione di un album di un artista
Multiforce che esce un pò dal mondo dance e poi varie altre produzioni sempre con artisti dell’etichetta.

Redazione.Grazie a Maurizio Rossi alias MR.Broderick per essere stato con noi.
Noi di Èlite Magazine continueremo a seguire il suo percorso artistico tra memoria dance e nuove visioni sonore.


MR.Broderick. Vi ringrazio per avermi osptitato sul vostro magazine.

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- label
- Promoter: Francesca Comendulli





Intervista a:
Thomas Siimon Saddier
" L'archipel des ombres "



Dopo l’attenzione ricevuta da diverse realtà editoriali internazionali tra Europa e Nord America, l’artista continua il proprio percorso musicale con una visione sempre più personale e senza confini. In questa intervista per Èlite Magazine approfondiamo il nuovo progetto e la sua evoluzione artistica.

Redazione . Il tuo progetto sta ricevendo attenzione anche da magazine e media internazionali: quanto è importante per te vedere la tua musica superare i confini geografici?

 Thomas Siimon Saddier È importante sì, perché faccio musica perché venga ascoltata, non necessariamente dal maggior numero di persone, ma soprattutto da persone che possono comprenderla.

Redazione.  Secondo te, qual è l’elemento che rende il tuo sound riconoscibile anche per un pubblico estero?

Thomas Siimon Saddie. Penso che tutti saranno d’accordo nel dire che ciò che mi rende riconoscibile è la voce.
Il mio ex manager diceva ovunque che avevo un’identità vocale marcante, era ovviamente un complimento travestito per dire che avevo una terribile voce da cantante francese malato.
Miossec mi capirà.


Redazione.  Nel tuo percorso artistico, quanto conta la ricerca personale rispetto alle tendenze del mercato musicale attuale?

Thomas Siimon Saddie. La mia musica è la mia vita, quindi c’è solo una ricerca personale nella mia musica.
Mi interessano poco le tendenze del mercato, tra l’altro faccio molta fatica ad ascoltare musica fatta dopo il
1994.
Cerco di mettere il massimo di emozione nella mia musica e, se si guarda la musica di oggi, c’è sempre meno spazio per l’emozione.


Redaione.  Hai la sensazione che oggi la musica indipendente abbia più possibilità di emergere rispetto al passato oppure credi che il panorama sia diventato ancora più competitivo?

Thomas Siimon Saddie. È già difficile dare una definizione chiara di cosa significhi musica indipendente, ma proverò a dare il mio punto di vista.
Oggi abbiamo la fortuna di poter registrare correttamente una canzone e farla girare il mondo dalla nostra camera.
È allo stesso tempo incredibile e terribile. Incredibile perché l’espressione artistica può prendere nuove forme, ma terribile perché chiunque può definirsi artista.
Quindi gli artisti sono oggi in competizione con gli artisti firmati dalle major, con persone che vendono musica senza una vera intenzione artistica sul web e con le IA che prenderanno sempre più spazio. Competitivo?
No, è una giungla là fuori.


Redazione.    Quando inizi a lavorare a un nuovo brano, parti più spesso da un’emozione, da un’immagine o da un’idea sonora?

Thomas Siimon Saddie  Parto dal testo.
Sono un uomo di canzone e credo profondamente che il testo sia la base di tutto.
Qualunque sia la musica, l’arrangiamento o la produzione, se la tua canzone parla, allora è straordinaria.


Redazione.  Quanto incidono le tue esperienze personali nella scrittura e nella costruzione dell’atmosfera dei tuoi progetti?

 Thomas Siimon Saddie  Come ho detto, le mie esperienze personali sono alla base della mia creazione.
Cerco di raccontare il prisma attraverso cui vedo il mondo e, di conseguenza, l’atmosfera della mia vita si riflette in quella dei miei progetti.
Per
L’archipel des ombres volevo un’orchestra, degli archi, qualcosa di molto autunnale.

Redazione.  C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la musica sarebbe diventata qualcosa di centrale nella tua vita?

Thomas Siimon Saddie . Dal primo istante in cui mia madre mi ha fatto ascoltare 
“It’s Now or Never” di Elvis, ho capito che sarebbe stata tutta la mia vita.

Redazione.    Collaborare o essere raccontati da realtà internazionali cambia anche il modo in cui vivi il tuo percorso artistico quotidiano?

Thomas Siimon Saddie  L’artista è sempre solo al tavolo di lavoro, quindi il fatto che si parli di me in Italia o in Francia, o persino in Ucraina, non cambia davvero molto.
Tuttavia, per un grande depresso come me, rispondere a questa intervista è una gioia senza fine.


Redazione.   Nel panorama musicale contemporaneo, cosa senti mancare maggiormente a livello umano o creativo?

Thomas Siimon Saddie. Mancano soprattutto esseri umani che ascoltino la musica.
Sono convinto che la maggior parte delle persone non ascolti mai una sola nota di vera musica, ma solo idiomi prodotti in serie dentro una visione industriale dell’arte, e quindi un’industria del vuoto.

Redazione. Guardando al futuro, quale direzione immagini per la tua evoluzione artistica nei prossimi anni?

 Thomas Siimon Saddie  Penso che la lotta contro l’IA porterà molti cambiamenti nella mia musica.
Oggi cerco di comporre una musica che l’IA non possa riprodurre, forse con elementi provenienti dalla natura o dal corpo umano
.

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Intervista a
Sergey Khomenko
 February Mini Symphony 

 
 
Sergey Khomenko presenta “February Mini Symphony”, il nuovo brano strumentale che
unisce sonorità neoclassiche ed epic contemporanea in una composizione intensa e
cinematografica.
Per Èlite Magazine abbiamo parlato con l’artista del suo percorso musicale,
delle influenze che hanno ispirato questo progetto e del modo in cui trasforma emozioni e
immagini in musica.

Redazione. “February Mini Symphony” nasce come riflessione sul presente:
quali emozioni o immagini hanno dato origine alla composizione?


Sergey Khomenko  Saluto tutti gli amanti della musica!
 Buon pomeriggio Innanzitutto, la musica riflette la realtà odierna: l'invasione barbarica dei discendenti dei mongolo-tartari (
oggi chiamati "Russia") sul territorio dell'Ucraina e la guerra
– la lotta degli ucraini per la propria libertà e indipendenza, una lotta per la sopravvivenza che dura ormai da cinque anni. -
Emozioni, pensieri, sentimenti, l'uomo al centro di tutto questo orrore, che tende verso la luce e desidera una vita pacifica: tutto questo ho voluto trasmettere attraverso la musica


Redazione. Nel brano convivono elementi neoclassici, epic music, ambient e new age.
Come riesci a mantenere equilibrio tra mondi sonori così diversi?


Sergey Khomenko. Mi piace sempre mescolare diversi stili nella mia musica; mi viene spontaneo farlo, probabilmente per rendere il tutto più espressivo, e credo che mi venga naturale

Redazione. La tua musica ha un forte respiro cinematografico:
quanto il lavoro svolto per le serie TV ha influenzato il tuo modo di comporre?

 
Sergey Khomenko. Certo, l'influenza c'è: grazie alla mia esperienza di lavoro nelle serie televisive, quasi tutta la mia musica presenta questa cinematografia; quando compongo, nel mio subconscio immagino una sorta di immagine.

Redazione. In assenza della voce, ogni dettaglio musicale assume un ruolo narrativo centrale.
Come costruisci la
“storia” all’interno di un brano strumentale?

Sergey Khomenko  Probabilmente proprio come la musica per la voce, le canzoni, ma non ho mai scritto canzoni (almeno per ora), e quindi al posto della voce a cantare senza parole ci sono il violino, il pianoforte o la chitarra, o l'intera orchestra; è ancora più interessante, c'è tanta varietà  tante voci diverse

Redazione. Durante l’ascolto di “February Mini Symphony” si percepisce un continuo alternarsi tra tensione ed introspezione.
Era un contrasto cercato fin dall’inizio?

Sergey Khomenko.Questo contrasto nella musica, così come nella vita, così come nelle persone che oggi vivono in Ucraina, tra la guerra e le bombe:
il silenzio lascia il posto alle esplosioni nel cuore della notte, mentre la paura, la rabbia e l'odio si alternano a momenti di luce e speranza.


Redazione. Hai vissuto tra Ucraina, Repubblica Ceca e Italia:
quanto queste esperienze culturali hanno influenzato la tua identità artistica?


Sergey Khomenko. Sì, avete ragione, su di me, in quanto musicista e compositore, hanno sicuramente esercitato un’enorme influenza le culture musicali, in particolare quelle dell’Ucraina e dell’Italia,

 RedazioneDopo oltre cento composizioni realizzate, cosa senti essere cambiato
 maggiormente nel tuo approccio creativo negli ultimi anni?


Sergey Khomenko. Presto arriveremo a 200 brani ,
innanzitutto la qualità degli arrangiamenti è migliorata (
quei brani, i primi 50 circa) non riesco più ad ascoltarli ora, non mi piace come suonano gli arrangiamenti.
La mia creatività sta gradualmente evolvendo, è naturale; a volte compaiono delle tendenze temporanee, poi il processo torna alla direzione principale.
Più o meno così


Redazione . Quanto conta oggi, per un compositore strumentale contemporaneo, riuscire a creare musica emotivamente accessibile anche a un pubblico internazionale?
 
Sergey Khomenko. Mi sembra che la musica strumentale, in un certo senso, sia più facile da apprezzare per tutti, dato che non ha una lingua nazionale

Redazione . Entrare nel roster di PaKo Music Records ha rappresentato un nuovo capitolo della tua carriera:
uali obiettivi artistici senti di voler raggiungere ora?


Sergey Khomenko. Sì, la collaborazione con PaKo Music è stata un passo molto importante per me; ora, più di ogni altra cosa, vorrei riuscire a dare forma a quelle idee musicali (frammenti) che si sono accumulate da tempo, ma non riesco a trasformarle in composizioni finite ; mi piacerebbe realizzarne il più possibile.

Redazione. Guardando al futuro, quali nuove direzioni musicali o progettuali ti piacerebbe esplorare dopo “February Mini Symphony”?
 
Sergey Khomenko. Al momento sto lavorando a due nuovi brani (in media); una delle idee è quella di realizzare in futuro una serie di mini-sinfonie dedicate a ogni mese, non solo a febbraio: ne mancano ancora 11.
 

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Intervista 

– Barbara Bert -  

“Ragazza Single” 


Redazione. “Ragazza Single” nasce da un’esperienza personale:
quanto è stato importante trasformare un vissuto intimo in un messaggio universale?


Barbara Bert. È  stato  importante provare a rendere universale la mia storia, perché credo che la voglia di ritrovarsi sia un'emozione che cerchiamo tutti.
Se prima mi intimorivo, oggi ho raggiunto una consapevolezza interiore di cui ne vado fiera.
Sento che il messaggio racchiuso in
"Ragazza Single" non sarà  più solo mio, ma di  tutti.

Redazione. Il brano racconta una donna indipendente e sicura di sé:
quanto ti rispecchi oggi in questa figura?

Barbara Bert. Oggi in quella figura mi rispecchio con un'emozione  che prima non conoscevo. 
Mi sento sicura, non perché  non abbia  più debolezze,  ma perché  ho imparato ad amarle. 
Se prima mi capitava di  sentirmi  un passo  indietro o di  nascondermi indossando più  armature favorite  dalla  mia  timidezza, ad oggi questa pseudo  sicurezza mi permette di guardarmi  allo specchio e volermi  bene.


Redazione. Nel tuo singolo la solitudine diventa una risorsa: 
pensi che oggi sia cambiato il modo di vivere l’essere single?

Barbara Bert.  Oggi vedo le cose in modo diverso: stare bene con se stessi non è  un vuoto, ma un momento di estrema libertà,  che fa bene a tutti. 
È  un messaggio che vorrei donare a chiunque, perché imparare a bastarsi è  il regalo più  bello  che ci si  possa fare.


Redazione . Il sound del brano è moderno ed energico:
come è nato il lavoro in studio con i producer
Ciro Mitola e Andrea Cecchini?

Barbara Bert. Ragazza Single è  il frutto di una sintonia bellissima,  un lavoro certosino nato a sei mani, assieme  agli autori e produttori Ciro Mitola  producer  dell'etichetta  Helimds records che  ha prodotto il brano  è dal dj e producer  Andrea Cecchini. Insieme abbiamo voluto creare un'energia  che arrivasse dritta alle persone, provando in studio  nuovi suoni e progetti , è  uscita  da poco e ci  stanno  arrivando  bellissimi  feedback.


Redazione. La tua voce è stata definita “potente e delicata”: 
come lavori per mantenere questo equilibrio interpretativo?

 
Barbara Bert.  La tecnica  è  fondamentale per un cantante,  a partire dal lavoro sul diaframma, che rappresenta il vero motore della voce: è  la base essenziale che sostiene  ogni nota e  permette di esprimersi al meglio. 
Sento però  che da sola, la tecnica  non mi appartiene; se dietro un suono non c'è  l'anima,  essa rimane soltanto  un guscio freddo. 
Cantare per me significa  mettere a nudo il cuore. La definizione  potente  e delicata riferita  alla mia voce, riguarda caratteristiche  naturali  di essa, morbida nei bassi  e potente negli alti, quindi l'equilibrio è  dentro di me.


Redazione. Hai avuto esperienze importanti tra orchestre, piano bar e live in tutta Italia:
quanto hanno influenzato la tua identità artistica attuale?


Barbara Bert. Il mio percorso professionale con oltre 20 anni di carriera alle spalle, rappresenta le fondamenta di ciò che sono oggi: ogni palco e ogni incontro con il pubblico sono stati passaggi  necessari per costruire la mia identità. 
È  stata una gavetta intensa che mi ha insegnato il valore del sacrificio, e soprattutto, il rispetto profondo per chi mi ascolta.  
Grazie a questa lunga esperienza ho acquisito la consapevolezza necessaria per reggere il passo e la sicurezza per stare su qualsiasi  palcoscenico a testa alta. 
Questi anni non hanno solo formato la mia voce,  ma hanno forgiato il mio carattere. 
Insegnandomi che la verità di un'artista  nasce  dell'umiltà  di chi si è  messo in gioco ovunque, portando sempre con sé la propria anima.


Redazione . Dopo anni di collaborazioni, hai intrapreso la carriera solista:
osa ti ha spinto a fare questo passo?


Barbara Bert. Dal 2014 al 2018 ho fatto parte del gruppo storico Milk & Coffee.
È  stata un'esperienza meravigliosa, ma nel 2018 ho sentito  l'urgenza di seguire una direzione tutta mia assieme  alla 
DDa records  del discografico Marco  Della Bona , ed è   proprio  in quell'anno che  esce  il mio primo singolo come  solista  dal titolo  "Souvenir" che  si  posiziona  al primo  posto  della classifica  indipendenti  italiani. 
Da li  tanta musica come  solista e una grande gioia di parlare in prima  persona  al mio pubblico fino ad arrivare ai miei recenti  singoli in veste  di  cantautrice come
"Dammi un sorriso" e l'ultimo nato "Ragazza Single".
La vita  è  piena  di  sorprese.


Redazione. Nel tuo percorso hai reinterpretato brani iconici:
cosa ti ha lasciato confrontarti con canzoni già amate dal pubblico?


Barbara Bert. Confrontarmi con brani iconici è  stata  una palestra incredibile.  
Quando tocchi canzoni che la gente ama già,  non puoi limitarti a cantarle: devi saperne  rispettare l'essenza pur avendo il coraggio di portarle  nel tuo mondo. 
Questa esperienza mi ha insegnato e continua a farlo che la musica è  un dialogo infinito.


Redazione. “Ragazza Single” trasmette un messaggio di libertà e autostima:
quanto senti la responsabilità di comunicare valori attraverso la musica?


Barbara Bert. Sento una responsabilità fortissima, perché la musica  ha il potere di trasformare un'emozione individuale in una forza collettiva. Con "Ragazza Single " il mio obiettivo era proprio questo: sdoganare l'idea  che essere  soli sia una mancanza. 
Comunicare valori di libertà  e autostima significa per me, offrire una colonna sonora a chi sta cercando il coraggio di scegliersi.
Sento il dovere di essere  autentica, perché  so che ogni parola che canto può  diventare la scintilla per far sentire qualcuno meno solo e più  consapevole del proprio valore. Con questo  ritmo così energico che ti viene voglia di ballare.


Redazione. Guardando al futuro, quale direzione musicale immagini per i tuoi prossimi progetti?

 Barbara Bert. Per il futuro immagino un percorso  di continua sperimentazione,  senza mai  perdere  quella coerenza che mi lega al mio pubblico. 
La direzione  è  quella di una musica sempre più nuda e sincera, dove la voce  è l'emozione  restano al centro, ma con un suono che guarda  avanti.



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Intervista 

– Heavy -  

“Mala Fimmina” 


Ci sono brani che si ascoltano…
e altri che si sentono sulla pelle.
"Mala Fimmina” di Heavy appartiene alla seconda categoria: 
un racconto crudo e viscerale che scava nelle profondità di un amore 
consumato fino all’ultima goccia. 

In questo nuovo singolo, Heavy trasforma il dolore in linguaggio,
dando voce a una vulnerabilità autentica e senza filtri.
La figura della “malafemmina” si allontana dalla semplice dimensione personale per diventare simbolo oscuro, quasi archetipico, di un sentimento che seduce e distrugge. 

Tra immagini potenti e una narrazione intensa, 
l’artista costruisce un viaggio emotivo in cui l’amore non salva, 
ma mette alla prova. 
Un equilibrio fragile tra resa e resistenza, tra ciò che resta e ciò che si è perso. 

Con un’identità artistica in continua evoluzione e radici nel rap che si aprono a contaminazioni più ampie, Heavy si conferma una voce capace di raccontare senza paura le crepe dell’anima. 

In questa intervista per Èlite Magazine, ci accompagna dentro il cuore di Mala Fimmina”
tra ispirazioni, scelte artistiche e verità personali. 


Redazione: “Mala Fimmina” è un brano profondamente emotivo:
da quale esperienza nasce e quanto c’è di autobiografico in questa storia di amore e distruzione?

Heavy:
 “Mala Fimmina” nasce da un momento reale, vissuto fino in fondo. 
Non racconta una persona specifica, ma quello che ho provato dentro: 
la sensazione di dare tutto e ritrovarmi svuotato. 
C’è molta verità, è uno dei pezzi più autobiografici che abbia scritto, 
perché parla di emozioni che non puoi inventare.


Redazione. Nel pezzo la figura della “malafemmina” diventa quasi simbolica. 
Cosa rappresenta per te oggi: una persona reale, 
un archetipo o una condizione emotiva?

Heavy. 
 Oggi la “malafemmina” non è solo una persona. 
È diventata un simbolo. 
Rappresenta tutte quelle situazioni in cui ti perdi, 
in cui continui a dare anche quando sai che non riceverai nulla. 
È più una condizione emotiva che un volto preciso.


Redazione. Il testo racconta un amore totale, quasi autodistruttivo.
Secondo te, esiste un limite oltre il quale amare diventa pericoloso?


Heavy.  Sì, secondo me quel limite esiste. 
Il problema è che quando ami davvero non lo vedi. 
Lo capisci solo dopo, quando sei già oltre. 
Quando inizi ad annullarti, quando il dolore pesa più della felicità… 
lì l’amore smette di essere qualcosa di bello e diventa pericoloso.


Redazione.  L’immagine del “sangue che crea argini” è molto forte e visiva: 
come lavori sulle immagini nei tuoi testi e quanto conta per te l’impatto narrativo? 


Heavy.  Le immagini per me sono fondamentali.
Non voglio solo dire qualcosa, voglio farlo vedere.
Il
“sangue che crea argini” è esattamente questo:
rendere il dolore concreto, quasi fisico.
Lavoro molto su questo, perché una frase deve colpire prima allo stomaco e poi alla testa.
 
 

Redazione. Il brano richiama, in chiave moderna e più oscura, la tradizione di Antonio de Curtis: quanto ti senti legato alla cultura musicale italiana rispetto alle influenze urban contemporanee?

Heavy.  Il richiamo a Malafemmena di Antonio de Curtis è naturale. 
Fa parte della nostra cultura, anche senza volerlo. 
Però io ho cercato di portarlo nel mio mondo, più oscuro e attuale. 
Sto in mezzo tra due mondi: la tradizione italiana e l’urban moderno.


Redazione. Musicalmente parti dal rap ma superi i confini di genere:
come hai costruito il sound di
“Mala Fimmina” e che direzione stai cercando oggi?

Heavy.  Il sound di “Mala Fimmina” nasce proprio da questo mix.
Base rap, ma con un’atmosfera più emotiva, quasi malinconica.
Non volevo un pezzo solo tecnico, ma qualcosa che ti restasse addosso.
Oggi sto cercando una direzione che unisca ancora di più questi elementi:
- suono moderno ma anima vera -.


Redazione. Nei tuoi riferimenti compaiono artisti molto diversi tra loro.
In che modo nomi come
Salmo o Achille Lauro hanno influenzato la tua identità artistica?

Heavy. Artisti come Salmo e Achille Lauro mi hanno influenzato perché non hanno paura di cambiare, di esporsi.
Mi hanno insegnato che puoi uscire dagli schemi senza perdere identità, anzi trovandola davvero.


Redazione. Il protagonista del brano resta fermo, non reagisce, continua ad amare:
è una forma di debolezza o, al contrario, una scelta consapevole?


Heavy.  Il protagonista resta fermo perché è troppo dentro.
Non è solo debolezza, è anche una forma di attaccamento totale.
Però a un certo punto capisci che non è forza restare, è solo paura di lasciare andare.
E lì cambia tutto.
 

Redazione.  La tua musica sembra essere una continua ricerca di autenticità:
oggi cosa significa per te essere un artista
“vero” in un panorama spesso dominato dalle mode?

Heavy.  Essere veri oggi significa non seguire per forza quello che funziona, 
ma quello che senti. 
Anche se è scomodo, anche se non è commerciale. 
Per me autenticità è dire cose che magari non tutti vogliono sentire, 
ma che qualcuno ha bisogno di ascoltare.


Redazione.  “Mala Fimmina” è una ferita aperta più che una semplice canzone: 
dopo aver raccontato questo dolore, senti di aver chiuso un capitolo o è solo l’inizio di una nuova fase artistica? 

Heavy. 
 Mala Fimmina” è stata una ferita aperta, sì.
Scriverla mi ha aiutato a chiudere qualcosa, ma allo stesso tempo ha aperto una nuova fase.
Più consapevole, più sincera.
Non è la fine di un capitolo… è l’inizio di un modo diverso di raccontarmi.


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 Intervista a 

Lisa Ardini 

“Problema Mio” 


Redazione. “Problema Mio” nasce da una riflessione sull’addio che si consuma lentamente:
- quando hai capito che questa storia doveva diventare una canzone?

Lisa Ardini. Quando ciò che provavo non riusciva più a restare solo dentro di me o su un foglio bianco, ho sentito il bisogno di esternare tutto ciò che mi attraversava ogni giorno, di “urlare
finalmente quello che avevo dentro -
anche se voleva dire mettersi completamente a nudo.

Redazione. Nel brano scegli di raccontare la rassegnazione non
come sconfitta ma come consapevolezza:
- quanto è stato difficile trovare questo equilibrio narrativo?


Lisa Ardini.  Con il tempo ho capito che la rassegnazione non è soltanto qualcosa di negativo: è anche la capacità di accettare che non possiamo controllare tutto e di fare pace con ciò che resta. E ciò che resta, in fondo, è ciò che proviamo in quell’istante, nonostante tutto: trovare il coraggio di riconoscerlo e ammetterlo, ed è una delle cose più difficili

Redazione.  Il testo evita il vittimismo e punta su una lucidità emotiva molto netta: è una scelta stilistica o un’esigenza personale? 

Lisa Ardini. Sicuramente è un’esigenza personale: mentire a se stessi non porta a nulla, anche quando siamo gli unici a vedere o vivere qualcosa in un certo modo.
Negare ciò che proviamo, in fondo, è solo uno spreco

Redazione. Con Alessio Bernabei si rinnova un sodalizio artistico già consolidato:
- cosa ha portato di nuovo questa collaborazione in “
Problema Mio”?

Lisa Ardini. Sicuramente una maggiore consapevolezza reciproca.
“Non siamo soli” (il primo singolo) è stato un banco di prova:
- dovevo capire se fossi pronta ad aprirmi al 100%, e così è stato.
Dolce amaro”, poi, è stato il vero trampolino di lancio;
con “
Problema mio” ne ho avuto la conferma definitiva:
- mi sono raccontata davvero, e lui ha colto immediatamente tutto ciò che c’era dentro —
la mia storia, le mie emozioni e la mia musica.


Redazione. La produzione sembra lasciare molto spazio al “non detto”:
- quanto è stato importante lavorare sulle sottrazioni più che sulle aggiunte?
 
Lisa Ardini.  Credo che, a volte, sottrarre permetta davvero di far emergere ciò che si vuole raccontare: le parole e le emozioni non hanno più un nascondiglio e arrivano dritte al punto.
Spesso si tende a riempire tutto, ma in questo caso ho sentito il bisogno di farlo in modo diverso, lasciando spazio solo a ciò che volevo davvero esprimere.


Redazione. Il brano tocca il tema della precarietà dei rapporti contemporanei:
- pensi che oggi sia più difficile sostenere un sentimento nel tempo?


Lisa Ardini.  Purtroppo sì.
Posso immaginarlo solo fino a un certo punto: per il passato mi affido a fatti e racconti.
Oggi, però, è davvero difficile costruire e sostenere un rapporto nel tempo, trovare qualcuno che sia disposto a mettersi in gioco con noi e a restare davvero.
Siamo pieni di distrazioni:
- scrolliamo continuamente, aspettando che qualcosa o qualcuno catturi la nostra attenzione. Abbiamo infinite possibilità davanti e finiamo per non scegliere mai davvero,
continuiamo a provare senza impegnarci fino in fondo.
Così rischiamo di incontrare l’amore e poi perderlo, senza nemmeno accorgercene.
Forse dovremmo dare più valore alle piccole cose:
- non a quelle che durano qualche giorno, ma a quelle che si costruiscono e si coltivano ogni giorno — non per semplice piacere, ma per scelta.


Redazione. Il ritornello racchiude uno stato di sospensione emotiva molto forte:
- nasce prima la musica o la parola in un passaggio così centrale?


Lisa Ardini. È nata prima la musica, per capire davvero quale colore dare a tutte quelle parole.

Redazione. La tua scrittura riesce a trasformare un’esperienza intima in qualcosa di collettivo: quanto è importante per te che chi ascolta si riconosca nei tuoi testi?
 
Lisa Ardini.  È la cosa più importante: per me la musica è, prima di tutto, condivisione.
In questo percorso ho scelto di mettermi a nudo, di raccontare me stessa affinché chi ascolta possa, in qualche modo, riconoscersi.
Alla fine, la maggior parte di noi ha vissuto qualcosa di simile,
o comunque tutti, prima o poi, ci ritroviamo nelle storie degli altri.
Riviverle insieme diventa così un modo per sentirsi meno soli.


Redazione. Il videoclip amplifica il senso di distanza e memoria:
- come avete lavorato per mantenere coerenza tra suono e immagine?

 
Lisa Ardini. Nel mio piccolo, ho voluto dare risalto al senso della distanza e del ricordo.
Ho immaginato questo video come il racconto di un grande ricordo, quasi una narrazione rivolta anche a me stessa, intrisa di nostalgia.
Un insieme di oggetti, uno spazio isolato ma che sapeva di casa, fatto di parole e dettagli.


Redazione. Guardando al tuo percorso, quanto “Problema Mio” rappresenta un punto di svolta nella tua identità artistica?
 
Lisa Ardini. Posso dire molto, perché questo brano rappresenta a 360° chi è Lisa,
sia vocalmente che stilisticamente:
- un insieme di elementi passati e presenti.
In questo lavoro è emersa una parte di me che fino ad ora avevo riservato a pochi.



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 Intervista ai
Crifiu
con il loro singolo WILLY


Redazione. “Willy” nasce da una storia forte e dolorosa:
come avete trasformato il ricordo di
Willy Monteiro Duarte in musica?

Crifiu:  La vicenda di Willy Monteiro Duarte ci toccò molto e subito generò questa canzone. Tendiamo ad avere le antenne puntate sul mondo per raccogliere e raccontare storie che seminano dei messaggi e custodiscono dei valori.
Questa storia forte e dolorosa incarna i nostri tempi: la luce e il sorriso di un giovane ricco di voglia di vivere e pieno di risorse vengono spenti dal buio della violenza cruda e stupida,
con uno
sfondo di razzismo.
Nel brano, però,
Willy continua a splendere perché “di fronte al tuo sorriso il Griso non può niente / di fronte al tuo sorriso il Griso è un perdente” e ci insegna l’empatia, 
la solidarietà il coraggio dell’innocenza. 


Redazione. Il brano affronta temi come violenza, bullismo e razzismo:
qual è il messaggio più urgente che volete arrivi al pubblico?

Crifiu:  Come detto il brano muove dalla vicenda di Willy per essere un inno contro la violenza,
il bullismo e il razzismo, temi universali di grande attualità se pensiamo a quanto sia tornata nel nostro quotidiano, anacronistica e fuori logica, la guerra.
È la parola -ponte ed intermediazione- che viene zittita e soffocata dalla violenza e arroganza del più forte, sia esso
un individuo contro un altro, sia esso uno Stato contro altri Stati e altri popoli.
Il messaggio è quello, antico quanto attuale, della
Pace, del riscoprire il valore dell’Altro, del ritornare a coniugare i verbi al plurale, per dire noi al posto di io.
Un io cosi ipertrofico oggi da annullare e annientare ogni forma di dialogo. 


Redazione: Com’è nata la collaborazione con Yuri Cilloni e Massimo Vecchi dei Nomadi?

Crifiu: Come tutti i feat dei Crifiu: in maniera naturale e sincera, figlia degli incontri che questo lavoro, la Musica, ci dona da sempre con grandi artisti e grandi persone.
Avendo conosciuto
Yuri e Massimo per un concerto dei Nomadi organizzato dalla nostra produzione Dilinò (www.dilino.com), nel Salento, abbiamo fatto ascoltare loro il provino di Willy, in auto, mentre li accompagnavamo in aeroporto e chiesto una partecipazione in un brano che, in qualche modo, cita nel suo incipit (“esile corpo”) una loro canzone.
Hanno accettato l’invito e arricchito quel brano che non immaginava potesse avere come ospiti proprio
Yuri e Massimo dei Nomadi per cantare di Willy, “Uno di noi”. 


Redazione. Che valore ha avuto il contributo delle Sherrita Duran Gospel Voices
nella costruzione emotiva del brano?

Crifiu:
 Il brano aveva da subito uno “special” gospel pertanto ci è sembrato naturale coinvolgere una delle artiste internazionali che più lo incarna.
L’amicizia con
Sherrita si è tradotta in un invito che l’artista afroamericana ha subito accettato:
la sua voce e il suo coro hanno donato al brano una profondità emotiva unica, aprendolo ad un orizzonte magico ed evocativo e permesso di mettere in forma quel senso di coralità che il brano canta per continuare a sognare
“un mondo migliore”. 


Redazione. “Willy” unisce pop, world music ed elettronica:
quanto è importante per voi contaminare i generi per raccontare storie così attuali?

Crifiu:
 Da sempre abbiamo attinto a latitudini musicali diverse, unendo e attraversando i generi, mettendo in dialogo mondi distanti, declinandoli con il nostro linguaggio e il nostro stile perché pensiamo che l’identità sia dialogo tra diversità.
 Questo ci permette non solo di tenere sempre vivo il nostro orizzonte sonoro e di stimolarci a scrivere sempre cose nuove e diverse ma anche di raccontare storie attuali che ci colpiscono per evocare senza mai descrivere, per affrescare mondi nuovi, veicolare messaggi, custodire valori che sanno resistere alle mode che cambiano. 
La nostra musica è come il Mediterraneo che unisce culture, crea ponti, comunità. 


Redazione. Il videoclip è ambientato allo Stadio Via del Mare con il coinvolgimento dell’US Lecce:
perché avete scelto di unire
musica e sport?

Crifiu:  Willy aveva, tra le altre passioni, un amore per il calcio.
Quando abbiamo iniziato a ideare il videoclip, abbiamo subito pensato di coinvolgere
l’US Lecce perché consapevoli che l’unione di musica e sport sia un canale privilegiato per parlare di empatia e solidarietà alle nuove generazioni e non solo.
La dirigenza, l’ufficio marketing hanno subito sposato il progetto e, oltre ad aprirci le porte dello
Stadio Via del Mare, hanno coinvolto il bomber Nikola Štulić.
Il video, diretto da
Angelo Cascione e Antonio Corallo, racconta di fairplay e solidarietà, di desideri e sogni che illuminano gli occhi e lo sguardo, come quello di Willy, pieno di luce


Redazione. Il progetto “Community Vol.2” sembra ruotare attorno al concetto di collettività:
cosa significa oggi, per voi, la parola
“comunità”?

Crifiu.
 Abbiamo prodotto un album Community di cui abbiamo rilasciato il primo volume a cui seguirà la seconda parte: un album corale ricco di ospiti (Yuri e Massimo dei Nomadi, Sherrita Duran Gospel Voices, Modena City Ramblers, Lucio Fabbri della Pfm, Après la Classe, Pierdavide Carone, Michele Cortese, Antonio Amato e Consuelo Alfieri de La Notte della Taranta,
Zouratié Koiné
). 
Un album che fa comunità parlando di comunità, antidoto alla brutalità dei nostri tempi. 
È un invito a riscopre il valore della collettività, il significato della fratellanza e della solidarietà in un mondo sempre più chiuso in sé stesso dove l’unica legge che conta 
sembra essere quella del proprio Ego.
Lo facciamo con un sound colorato e multiculturale come il Mediterraneo, appunto, che bagna la nostra Terra, il Salento, terra di incontri tra culture diverse, vera Community. 


Redazione. Nei vostri lavori c’è sempre una forte componente sociale:
 pensate che la musica possa davvero incidere sul cambiamento culturale?

Croifiu: 
Non sappiamo se la musica può incidere sul cambiamento culturale ma sicuramente è una espressione culturale: questo significa che da una parte rivela il livello culturale della società di cui è espressione e se vive un tempo di scarsa coscienza critica e omologazione probabilmente esprimerà disimpegno e frivolezza inseguendo slogan e viralità.
Dall’altra parte può essere il territorio di resistenza a quella omologazione culturale e sociale.
Il luogo da cui ripartire per affrescare nuovi orizzonti di convivialità dove ritrovarsi come esseri umani capaci di riconoscere ancora la Bellezza e di meravigliarsi di fronte ad essa.
Per tornare a pensare la musica come espressione dell’animo umano che fa emozionare e fa pensare e che
“tra il bene e il male sa che parte stare”.
Non solo un sottofondo anonimo da supermercato o uno sfondo sonoro di un breve reel, ma alimento per nutrire coscienze, pensieri, sentimenti.

 

Redazione. Dopo sette album e numerose collaborazioni,
come è evoluta la vostra identità artistica fino a questo nuovo singolo?

Crifiu: 
Ci piace quando, ascoltando una nostra canzone, ci venga detto che si riconosce il “suono” dei Crifiu: significa che nell’evoluzione del nostro stile, sempre aperto al nuovo, si è disegnata una propria identità che ci racconta e che è figlia degli incontri che facciamo, degli ascolti, delle intuizioni diverse da cui attingiamo.
Da sempre, infatti, abbiamo viaggiato tra le musiche del mondo e coniugato il pop con il Mediterraneo, la w
orld music con l’elettronica e ogni elemento della band ha portato il suo background arricchendo il linguaggio del gruppo stesso.
Ascoltiamo tanta musica diversa e -senza seguire mode effimere- attraversiamo i tempi prendendo quello che reputiamo più interessante e stimolante, declinandolo alla nostra maniera,
con il nostro stile, dignità e identità.
La musica dei primi dischi, più giovanile e figlia degli ascolti del tempo, si è ampliata nel suo linguaggio mantenendo quelle radici ma, al tempo stesso e grazie anche alle collaborazioni artistiche, cercando sempre strade nuove.
Strade che stimolano prima noi a fare sempre meglio per essere all’altezza delle persone che ci seguono, per cercare sempre di non ripetersi, di non produrre quello che “
funziona” o che il nostro pubblico si “aspetta”.
Questo ci permette, ogni giorno, di scegliere la strada migliore per una nuova canzone e spesso -dopo anni di produzioni- sappiamo che è proprio la canzone stessa ad indicarci quale strada prendere, a indirizzarci alla sua forma migliore. 
Tenendo viva la meraviglia. 


Redazione. In vista del tour estivo, cosa devono aspettarsi i fan dal vostro nuovo live e da questo nuovo capitolo musicale?

Crifiu.
Il live è, da sempre, il nostro habitat naturale.
I nostri concerti sono una vera festa dove si muovono in sintonia piedi, mani,
cuore e testa, per danzare e riflettere.
Curiamo molto i nostri spettacoli dal vivo con un’attenzione ai visual e alla scaletta che,
ad ogni tour, aggiorniamo.
Partiamo in questi giorni dal Salento con un live dj set a Pasquetta e saremo in giro in diverse occasioni:
in repertorio il nuovo singolo Willy, i brani di Community vol. 1, singoli come
Merci e Nausicaa, Rock & Raï ad Al di là delle nuvole.

Per tutti gli aggiornamenti basta seguire il nostro
sito ufficiale www.crifiuweb.com
le nostre pagine social su
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www.youtube.com/Crifiu
www.tiktok.com/@crifiuofficial 
oltre ad ascoltare i brani su tutte le piattaforme digitali. 
Ci vediamo in giro. 


Intervista ai

Vóssel


Redazione . Il vostro nuovo brano racconta una sensazione di inquietudine,
ma anche il desiderio di cambiare direzione nella vita.
Come nasce l’ispirazione per questo pezzo e quanto c’è di personale in questo
racconto?


Vossel: questo pezzo nasce a Nizza durante una comune sessione di studio.
Arnold, il ragazzo con il quale condivido questo progetto mi aveva girato quello che sarebbe poi diventato giro melodico iniziale del brano, e gli accordi mi hanno richiamato subito una malinconica e La nostra età insieme alla voglia di raggiungere i nostri obiettivi hanno giocato un ruolo fondamentale nell’ispirazione di questo brano.

Redazione. Il tramonto è il simbolo centrale del brano: un momento sospeso tra paura,
incertezza e libertà.
Che significato ha per voi questa immagine e perché avete scelto proprio questo momento della
giornata come metafora narrativa?


Vossel: A fine brano quando abbiamo avuto la possibilità di sentire il risultato finito per intero da cima a fondo era ormai quasi sera, e ammirando il panorama davanti davanti a noi c’è sembrato un connubio perfetto che racchiudesse tutto il sentimento che volevamo trasmettere.

Redazine. I Vóssel sono nati dall’incontro tra due musicisti
che già suonavano insieme da giovanissimi.
Cosa vi ha spinto, dopo anni di strade separate,
a ritrovarvi e trasformare quella vecchia amicizia
musicale in un nuovo progetto artistico?


Vossel: Durante l’adolescenza avevo intrapreso un percorso solista e dopo innumerevoli anni ero stanco di affrontare tutto questo da solo e avevo bisogno di uno stimolo esterno anche musicale e quindi stimando da sempre Arnold sia come musicista che come amico ho deciso di proporgli il progetto.

Redazione. Il vostro sound affonda le radici nel pop ma si intreccia con influenze elettroniche e
contemporanee.
Come lavorate alla costruzione della vostra identità sonora e quali artisti o generi
hanno influenzato maggiormente il vostro percorso?


Vossel: durante gli anni in cui abbiamo affrontato ognuno il proprio percorso artistico Arnold arrivava da un mondo più elettronico e quindi questo ha giocato un ruolo fondamentale nella creazione del nostro sound e nell’ispirazione di scrivere pezzi nuovi ed Artisti come fred again, one republic, imagine dragons ci hanno dato forti ispirazioni.

Redazione. Nicholas Zaramella è stato conosciuto dal grande pubblico grazie alla partecipazione ad Amici di Maria De Filippi.
In che modo quell’esperienza ha influenzato il vostro approccio alla musica e alla
dimensione live?


Redazione. Nel 2021 avete avuto l’opportunità di esibirvi in un evento insieme al DJ e producer tedesco Paul Kalkbrenner in Sicilia.
Che esperienza è stata condividere il palco in un contesto così importante?


Vossel: un amico che faceva parte dell’organizzazione dell’evento
ci ha proposto la cosa e di essere tra le band di apertura,
noi abbiamo ovviamente accolto la proposta a braccia aperte ed è stata una cosa enorme per noi perché c’è dato la possibilità finalmente di provare i pezzi nuovi in un contesto live soprattutto di avere il feedback delle persone davanti a noi.

Redazione. Prima di arrivare alle pubblicazioni ufficiali avete trascorso molti mesi
suonando nei pub e nelle serate
open mic.
Quanto è stato fondamentale quel contatto diretto con il pubblico per la vostra
crescita artistica?

Vossel::
durante gli anni in cui abbiamo affrontato ognuno il proprio percorso artistico Arnold arrivava da un mondo più elettronico e quindi questo ha giocato un ruolo fondamentale nella creazione del nostro sound e nell’ispirazione di scrivere pezzi nuovi ed Artisti come fred again, one republic, imagine dragons ci hanno dato forti ispirazioni.


Redazione:  Nei vostri testi emerge spesso il tema del
cambiamento e della ricerca di una vita autentica.
Pensate che la musica oggi possa ancora essere uno spazio di riflessione personale e
generazionale?


Vossel: ovviamente si.
Per noi è sempre stata l’unica vera valvola di sfogo e ciò che ci faceva sentire liberi davvero, sebbene sia un mondo molto difficile,
la passione e la perseveranza giocano a ruoli fondamentali per la sopravvivenza in questo ambiente.


Redazione. Le vostre canzoni uniscono una dimensione emotiva
molto intensa a un sound moderno e coinvolgente.
Quando componete, partite prima dal testo o dalla musica?


Vossel: partiamo quasi sempre dalla musica.
Ci lasciamo ispirare da sequenze armoniche e ritmi di batteria fino a quando sentiamo quella particolarità che ci accende la cosiddetta
“lampadina”.
Con il mood giusto, le parole escono sempre facilmente.

Redazione. Dopo questo nuovo singolo, quali sono i prossimi passi per i Vóssel?
State lavorando a nuovi brani,
a un
EP o a un progetto discografico più ampio

Vossel:
abbiamo un altro disco pronto che faremo uscire quest’estate,
intorno a giugno! sarà l’ultimo disco che chiuderà progetti futuri per questo progetto,
almeno per ora, nella vita non si può mai sapere.

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Intervista a:  

Benedetta Scandale
e il suo nuovo singolo:  In silenzio



Redazione. Il tuo nuovo EP “in silenzio”, in uscita il 13 marzo, mette al centro il tema della comunicazione e del rapporto tra parole e assenza.
Da dove nasce l’idea di raccontare proprio questa tensione tra dialogo e silenzio?

Benedetta Scandale: Diciamo che, per il mio personalissimo parere, è sempre il dialogo a risolvere i problemi di qualsiasi natura.
Essendo questo EP una sorta di prosecuzione del precedente, mi piaceva continuare il discorso iniziato: - nello scorso lavoro parlavo del rimanere nelle difficoltà, del restare, del non scappare e dell’affrontare i problemi cercando comunque di prendere il buono dalle situazioni. -
In questo caso mi interessava invece affrontare il tema del dialogo e di come si affrontano le difficoltà attraverso la comunicazione, che secondo me è sempre il primo passo.
Allo stesso tempo volevo mettere l’accento anche sul silenzio, perché spesso viene visto solo in maniera negativa, mentre secondo me ha molte sfaccettature.


Redazzione. Nel disco il silenzio assume significati diversi: distanza, possibilità di comprensione, ma anche frattura nei rapporti.
Quanto è stato importante esplorare queste sfumature emotive nella scrittura dei brani?


Benedetta Scandale: Mi sono davvero divertita ad analizzare il silenzio e a scoprire tutte queste sfumature diverse che può assumere nelle relazioni.
In Sabbia, ad esempio, parlo di silenzi troppo prolungati nella solitudine, spesso legati a un uso eccessivo dei social, che ci distaccano dalla realtà, facendoci sentire inferiori, come se gli altri stessero benissimo e noi non fossimo abbastanza.
Quando però interrompi quel silenzio e torni a dialogare con qualcuno, ti rendi conto di essere parte del tutto, che siamo tutti nella stessa situazione e che la vita è difficile per tutti.

In Nebbia, invece, parlo del fatto che non è sempre necessario riempire tutto con mille parole per ritrovarsi o per stare in un rapporto sano: a volte è fondamentale saper ascoltare il silenzio dell'altro, condividere quel silenzio, ritrovarsi anche nel contatto fisico, negli sguardi.

E poi,
in Adesso, c’è il tema del flusso di coscienza:
- fermarsi, stare in silenzio, ascoltare sé stessi, i pensieri, senza parlare sopra, senza riempire ogni momento, ma semplicemente rimanendo in ascolto del proprio corpo e della propria mente.
Per me è stato davvero fondamentale esplorare queste sfumature emotive del silenzio, proprio per offrire all’ascoltatore punti di vista diversi, su cui riflettere attraverso il tema del silenzio.


Redazione. L’EP mostra una continuità evidente con “Resta”, il tuo lavoro precedente, anche nella scelta stilistica di usare titoli in minuscolo.
Quanto conta per te la coerenza formale nel raccontare un percorso artistico?


Benedetta Scandale:  In questo caso la coerenza nel raccontare un percorso era molto importante, perché per me questi due EP è come se formassero quasi un unico album.
C’è proprio un dialogo e una continuità tra i due lavori, e questo era assolutamente voluto.
I due progetti si parlano molto tra loro e fanno parte dello stesso racconto.
Detto questo, nel mio percorso artistico la coerenza formale conta, ma allo stesso tempo sono una persona a cui piace anche sperimentare.
Non so quindi dire esattamente come evolverà in futuro il mio modo di
scrivere o di concepire i dischi.
Però in questo caso specifico la coerenza era fondamentale.


Redazione. In questo progetto non racconti solo esperienze personali,
ma anche storie raccolte da altre persone.
Come cambia il processo creativo quando si prova a trasformare vissuti altrui in canzoni?


Benedetta Scandale: Si parte sempre dal presupposto che, anche quando le storie non sono nostre, siamo comunque noi cantautori a scriverle,
quindi dentro c’è sempre il nostro punto di vista.
Semplicemente ho trovato interessante raccontare storie che non appartengono completamente al mio vissuto, ma che in qualche modo mi hanno attraversata
e hanno toccato dei punti della mia vita.
In certi momenti mi sono anche rivista nelle esperienze di queste persone e nelle loro vicende.
Rispetto al lavoro precedente, che era quasi come un diario segreto, per me è stato arricchente prendere ispirazione non solo dalla mia vita ma anche dall’esterno.
Tra l’altro le storie degli altri, se le osservi in un certo modo,
riescono a raccontarti molto anche di te stessa.
È stato quindi un processo diverso dal solito,
ma sempre molto legato al mio punto di vista e alla mia sensibilità.
In qualche modo credo sia stato anche necessario.

Redazione. “Come stai”, realizzata insieme a SindroMe,
affronta le fragilità legate al dialogo emotivo.
Come è nata questa collaborazione e cosa ha aggiunto al brano?


Benedetta Scandale: Zibba è stato il collante di tutto.
Grazie a lui ho la possibilità di incontrare artisti e mondi molto diversi dal mio,
che però attraverso la musica riescono comunque a intrecciarsi.
Sara ha aggiunto al brano esattamente quello che speravo:
un secondo punto di vista sulla vicenda.
La canzone racconta la fine di un’amicizia e quel dialogo che magari vorremmo riaprire, anche se in fondo sappiamo che probabilmente non succederà.
Parla dell’assenza di una persona che è stata importante e del fatto che,
all’inizio, fa strano non averla più nella propria routine.
Non volevo però raccontare questa cosa da sola: volevo che ci fosse anche qualcuno che desse voce all’altra persona coinvolta nella storia, come se in qualche modo mi rispondesse.
Per questo la sua presenza nel brano è stata davvero preziosa.


Redazione. Il brano “Adesso” nasce inizialmente come freestyle pubblicato su Instagram e poi si trasforma in una canzone completa.
 Quanto spazio lasci all’improvvisazione e all’istinto nel tuo processo creativo?


Benedetta Scandale: “Adesso” per me è stato proprio un esperimento.
È nata come un freestyle in studio con
Zibba: mi sono divertita a scrivere come se fosse un flusso di coscienza, quindi ogni frase tocca un argomento diverso.
Quando l’ho pubblicata su Instagram ha funzionato molto ed è piaciuta tanto, quindi abbiamo deciso di trasformarla in un brano più strutturato.
Anche la seconda parte, però, è stata scritta molto velocemente: ho impiegato circa un quarto d’ora proprio perché volevo mantenerla il più naturale e spontanea possibile,
senza costruirla troppo.
Non volevo snaturare quell’energia iniziale.
Secondo me è stato un esperimento riuscito: un modo diverso di scrivere, che mi ha permesso anche di sperimentare nuove modalità creative.
Ed è stato davvero molto divertente.


Redazione. Dal 2024 hai iniziato una collaborazione artistica con Zibba,
che cura la produzione dei tuoi lavori più recenti.
In che modo questo incontro ha influenzato il tuo percorso musicale?


 Benedetta Scandale: Zibba è stato fondamentale, come dico sempre,
in qualche modo mi ha ridato fiducia nella scrittura.
Con lui ho fatto davvero tanta
“scuola”: ho imparato a cercare ispirazione in modi sempre diversi e a scrivere senza perdere l’originalità degli spunti e delle idee.
Se non ci fosse stato lui, e tutta la squadra che lavora con me,
tante cose probabilmente non sarebbero state possibili.
Io dico sempre che le cose non si fanno mai da soli: hai bisogno di qualcuno che valorizzi il tuo lavoro e con cui tu possa crescere, sperimentare e migliorarti.
Con lui questo è successo.


Redazione. Il tuo percorso parte da molto lontano:
studi musicali, concorsi, live con diverse formazioni fin dal 2013.
Quanto il palco e l’esperienza dal vivo hanno contribuito a formare la tua identità artistica?


 Benedetta Scandale: Diciamo che, venendo da una famiglia molto appassionata di musica, sono dentro questo mondo da quando ero davvero piccola.
Ho iniziato a fare live abbastanza presto, anche con musicisti diversi.
Tutta l’esperienza del palco, quella che spesso viene chiamata
“gavetta”,
per me è stata ed è tuttora importantissima.
Ancora oggi mi capita di fare cose che non avevo mai fatto prima,
di mettermi in gioco e di sperimentare.
Il palco mi ha cambiata molto anche a livello personale: ti fa crescere, ti fa credere di più in te stessa, ma allo stesso tempo ti mette davanti ai tuoi limiti e ti spinge a migliorarti proprio nei punti in cui ti senti più fragile o insicura.
Per me il palco è davvero una scuola.
È una casa, un posto in cui mi sento protetta ma allo stesso tempo stimolata a crescere.
Sono molto felice del percorso che sto facendo e del fatto che non si sia mai fermato.
Spero davvero di continuare così.


Redazione. “in silenzio” sembra segnare un momento di maturità nella tua scrittura.
Guardando avanti, senti di aver trovato una direzione precisa o stai ancora esplorando nuove forme di racconto musicale?

Benedetta Scandale: Io credo che la scrittura non si fermi mai.
Penso che per un artista sia bello continuare a evolvere e a cambiare.
Non mi piace stare ferma e non mi piace incastrarmi dentro etichette o schemi troppo rigidi.
Mi piace sperimentare con la mia voce, con la scrittura e con le sonorità.
In questi due EP, pur essendo collegati tra loro,
c’è comunque un suono diverso e anche un modo diverso di scrivere.
Il mio obiettivo è continuare a divertirmi: quando una cosa comincia ad annoiarmi,
difficilmente riesco a portarla avanti.
Per questo cerco sempre nuovi spunti, nuovi metodi e nuove ispirazioni,
così da non sedermi mai e continuare a mettermi in gioco.
Paradossalmente spero quasi di non trovare mai una direzione troppo precisa.
Non voglio snaturarmi
— perché so che tipo di musica mi piace fare e che tipo di testi mi piace scrivere —
ma allo stesso tempo spero di cambiare spesso direzione.
Credo che questo, alla fine, sia molto più arricchente anche per chi ascolta.


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Spotify

Intervista a:
Gotik 
e il suo nuovo singolo:
No Mercy Freestyle


Redazione: Dopo anni di carriera, cosa rappresenta per te “No Mercy Freestyle” e in che modo riflette la tua visione dell’hip-hop oggi?

Gotik: “No Mercy Freestyle” è una dichiarazione d’intenti.
Dopo anni di musica sentivo il bisogno di tornare all’essenza: barre, attitudine, zero filtri.
Per me l’hip-hop oggi deve tornare ad essere verità, non solo numeri o trend.
Questo pezzo è un richiamo alle origini, ma con la consapevolezza di chi ha vissuto la scena davvero.


Redazione: Quanto pensi che il rap italiano moderno sia influenzato da mode e gossip?

Gotik: Tantissimo.
Oggi spesso conta più il personaggio che il contenuto.
Il rap nasce come espressione, come voce di strada.
Quando diventa solo marketing perde forza.
Io non sono contro l’evoluzione, ma contro la mancanza di sostanza.


Redazione:  Sei parte della scena rap barese fin dagli inizi: come è nata la tua passione?

Gotik: La passione è nata nei primi anni 2000, tra piazze, garage, freestyle improvvisati.
Bari mi ha dato fame, identità, carattere.
Non era facile emergere dal Sud, quindi dovevi avere il doppio della determinazione.
La città mi ha insegnato a non mollare e a scrivere con rabbia ma anche con orgoglio.


Redazione:  C’è stato un momento che ha segnato una svolta nella tua carriera?

Gotik: Sì, quando ho capito che non dovevo inseguire nessuno stile ma costruire il mio.
Le collaborazioni e i progetti mi hanno fatto crescere, ma la vera svolta è stata la consapevolezza artistica.


Redazione:  In che modo Bari continua a influenzare la tua musica?

Gotik: Bari è nei miei testi, nel mio slang, nella mia mentalità.
È una città di contrasti: mare e cemento, sogni e difficoltà.
Questo dualismo entra automaticamente nella mia scrittura.


Redazione:  C’è ancora spazio per freestyle e boom-bap nel mainstream?

Gotik: Lo spazio c’è sempre, ma non è il mainstream a decidere cosa vale.
Il boom-bap è cultura, non moda.
E la cultura non muore
.

Redazione:  Come bilanci evoluzione e fedeltà alle radici?

Gotik: Evolversi non significa snaturarsi.
Puoi sperimentare suoni nuovi mantenendo la tua identità.
Io parto sempre dal contenuto, poi costruisco il suono attorno.


Redazione. Cosa funziona oggi nella scena rap italiana e cosa andrebbe recuperato?

Gotik: Funziona la capacità di comunicare e di arrivare a un pubblico vasto.
Andrebbe recuperata la fame, la competizione sana, il rispetto per la scrittura.


Redazione:  Il rap deve avere un ruolo sociale?

Gotik: Il rap è nato come voce sociale.
Non tutto deve essere politico, ma deve essere autentico.
Nei miei testi porto esperienze vere, errori, crescita.
Se qualcuno si riconosce, allora il messaggio arriva.


Redazione:  Dopo “No Mercy Freestyle”, cosa dobbiamo aspettarci?

Gotik: Sto lavorando a nuovi brani e collaborazioni che continueranno su questa linea:
identità forte, suoni crudi, zero compromessi.
È solo l’inizio di una nuova fase.
Mostra testo citato

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Intervista a:
Davide Zito


Redazione:  ⁠Prima di te segna un momento di svolta nel tuo percorso:
 cosa rappresenta per te questo singolo?


Zito: Questo singolo rappresenta per me un tassello nel mio percorso di cui non potevo non parlare. Mi ha aiutato a crescere molto e cambiare prospettiva.

Redazione:  ⁠Il brano nasce da un cambiamento reale: 
quanto è importante portare esperienze personali nella tua musica?


Zito: Per me è fondamentale raccontarmi nei brani per capirmi e sfogarmi a volte, in questo caso un cambiamento dovuto all'incontro di una persona.

Redazione: ⁠Racconti l’amore come una forza che trasforma, non come una semplice promessa: è una visione che senti tua oggi?

Zito: Si, più che trasforma direi rivela.
Ed infatti nel ritrornello canto:
"prima di te io non ero me".
Quindi una forza che mi ha permesso di ritrovarmi.


Redazione:  ⁠La tua scrittura è semplice, diretta e senza sovrastrutture: è una scelta stilistica o il risultato della tua crescita artistica?

Zito: Secondo me è il risultato della mia crescita artistica e anche dovuto al fatto che questo brano è uscito d'impulso, in cui raccontavo una sensazione che ho percepito semplice.

Redazione:
⁠Com’è stato lavorare con Zibba alla produzione e cosa ha aggiunto al sound del brano?

Zito: Lavorare con Zibba è stato per me gratificante come esperienza.
Mi ha permesso di imparare molto e comprendere come trasmettere meglio con la mia musica

Redazione:  ⁠Il singolo anticipa il tuo primo EP :che tipo di progetto dobbiamo aspettarci, a livello di temi e sonorità?

Zito: In linea con i singoli già usciti per quanto riguarda le sonorità, invece per quanto riguarda i temi, uno in particolare è il tema della gratitudine a cui sono molto legato.

Redazione:  ⁠Dopo Naturale e Tutti gli altri, in cosa senti di essere cambiato come artista?

Zito: Sento di essere più pieno artisticamente, pronto a dare ancora di più alla musica e a me stesso

Redazione:  ⁠Studi ingegneria informatica e fai volontariato:
queste esperienze influenzano il tuo modo di scrivere musica?

Zito: Lo influenza molto, tutte le esperienze mi
influenzano ma in particolare il volontariato e dunque stare a contatto con ragazzi della mia età e bambini mi da molto.

Redazione: ⁠ ⁠Che tipo di pubblico immagini quando scrivi una canzone come Prima di te?

Zito: Ma in realtà il pubblico che immagino ha un orecchio uguale al mio, perchè quello che faccio è cio che piace a me.

Redazione: ⁠ ⁠Se dovessi descrivere questo nuovo capitolo della tua carriera in una frase, quale sarebbe?

Zito: "prima di te io non ero me"

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Intervista 
Laura Marà


Redazione. Il tuo percorso unisce musica, lingue e scrittura.
Quando hai capito che l’arte sarebbe
diventata la tua forma principale di espressione?


Laura Marà: Non c’è stato un momento preciso, ma una sensazione ricorrente:
ogni volta che qualcosa mi attraversava - gioia, perdita, desiderio - finiva sempre in una melodia o in una pagina scritta.
Le lingue mi hanno insegnato che ogni parola contiene un mondo; la musica mi ha insegnato che quel mondo può vibrare.


Redazione. Durante la pandemia hai trasformato uno spazio domestico in un piccolo studio
creativo.
Quanto ha influito quel periodo sulla nascita della tua identità musicale?


Laura Marà: Lavoravo spesso di notte, quando tutto era fermo.
Mi piaceva pensare a quello spazio come a un laboratorio:
sperimentavo, eliminavo, ricominciavo.
È lì che ho imparato ad ascoltarmi e ad ascoltare la mia voce ed ho trovato una dimensione più personale, meno esposta e più profonda.


Redazione. Il progetto Vision of Love ti ha portata a collaborare con nomi storici della scena italo
disco.
Cosa hai imparato dal dialogo tra generazioni artistiche diverse?


Laura Marà: Lavorare con artisti di un’altra generazione è stato come entrare in uno spazio dove il tempo non è lineare ma stratificato, ovvero le generazioni non sono separate da un confine netto, ma dialogano su piani diversi.
Ho percepito una libertà creativa molto pura, quasi istintiva, che oggi spesso si perde perché siamo costantemente consapevoli dello sguardo esterno in un panorama molto più analitico e orientato ai trend.
Sono rimasta colpita in particolare dalla loro naturalezza:
non cercavano di essere icone, semplicemente lo erano.
Questa iconicità nasceva dalla coerenza e dalla forza della loro visione artistica, dalla capacità di creare musica e immagini che rispecchiavano fedelmente la loro identità, senza forzature o strategie. È un approccio che mostra quanto l’autenticità e la chiarezza siano spesso più duraturi e influenti di qualsiasi costruzione artificiale.


Redazione. Hai condiviso il palco con artisti iconici e aperto concerti importanti.
C’è un momento live che consideri una svolta nella tua carriera?


Laura Marà : Aprire i concerti di grandi artisti come Anna Tatangelo è stata un’esperienza preziosa che mi ha permesso di osservare da vicino la professionalità e l’energia di chi ha fatto la storia della musica.
Ogni palco mi ha insegnato qualcosa, ma la vera svolta sarà il giorno in cui potrò riempire uno stadio, una piazza o un’arena con un concerto tutto mio.
Non sarà solo un traguardo personale:
sarà l’occasione di restituire a chi sta iniziando ciò che io ho ricevuto, dando spazio ad altri giovani artisti ad aprire il mio show e portare le loro voci al pubblico.


Redazione. La tua musica sembra muoversi tra nostalgia, emozione e modernità.
Come definiresti oggi il tuo stile artistico?


Laura Marà. Immagino la mia musica come un territorio fluido, sempre in trasformazione, dove passato, presente e futuro si intrecciano in una trama invisibile…
Ci sono echi di nostalgia, spazi vuoti che amplificano l’intimità, e improvvise scintille che sorprendono e risvegliano.
È un equilibrio sottile, sensuale e alchemico, che invita chi ascolta a perdersi e ritrovarsi nello stesso istante, dentro la canzone.


Redazione:. Oltre alla musica, ti dedichi al giornalismo culturale raccontando l’Abruzzo.
Che ruolo ha la tua terra nella tua ispirazione creativa?



 
Laura Marà.  Nata a Giulianova, racconto l’Abruzzo perché è la mia terra e ne sono profondamente fiera.
Nei miei articoli cerco di far emergere la sua completezza:
il mare, le montagne, i borghi medievali, le riserve naturali e il patrimonio culturale.
Il legame con il mare e i suoi cicli, la luce della luna e i ritmi della natura sono una fonte continua di ispirazione, sia per la scrittura che per la musica.
L’Abruzzo è una terra viva, ricca e sorprendente, e raccontarla è per me un modo per restituire ciò che ho ricevuto crescendo qui.

Redazione. Hai portato la tua voce anche in contesti sacri e benefici, come il Pantheon e concerti
solidali.
In che modo la spiritualità entra nella tua arte?


Laura Marà. Per me la musica è uno strumento vivo che può avere molteplici funzioni: emozionare, educare, sensibilizzare e creare connessioni profonde.
Esibirmi al Pantheon di Roma per l’Associazione Genitori
PANS Pandas è stata un’esperienza intensa. L’associazione lavora affinché le sindromi vengano riconosciute e tutti i ragazzi abbiano diritto alle cure, e portare il mio brano Il tempo è adesso in quel contesto è stato un modo concreto per sostenere questa missione.
In momenti come questo, la musica si fa gesto concreto di cura, e la spiritualità prende forma nelle note che risvegliano attenzione, riflessione e speranza condivisa.


Redazione. Nei tuoi brani emerge spesso il tema del tempo, della memoria e delle emozioni
autentiche.
Qual è il messaggio che senti più urgente trasmettere oggi?


Laura Marà. In un’epoca dominata dall’immediatezza, credo sia fondamentale restituire valore alla profondità.
Non tutto deve essere subito spiegato o compreso: le emozioni hanno bisogno di tempo per sedimentare, per aprirsi e rivelarsi nella loro pienezza.
Se la mia musica riesce anche solo per pochi minuti a creare uno spazio di ascolto autentico, sospeso dal tempo, dove chi ascolta può percepire, respirare e sentire senza fretta, allora tutto ciò che faccio trova il suo vero senso.


Redazione: essere un’artista emergente significa anche affrontare sfide e visibilità.
Qual è stata la difficoltà più grande nel tuo percorso e come l’hai superata?
 
Laura Marà. La sfida più grande è continuare a far conoscere la propria musica senza mai scendere a compromessi, in un ambiente in cui la visibilità sembra spesso misurarsi con rinunce all’autenticità. Ho imparato che il vero segreto sta nel circondarsi di persone fidate, professionisti di grande valore e competenza, nei quali riporre stima e fiducia.
Persone come
Tiziana Primozich, direttrice di The Dailycases, il giornale con cui collaboro, Tiziano Giupponi, editore e fondatore della Multiforce edizioni musicali e discografiche e Francesca Comendulli, che cura con professionalità e dedizione la promozione dei miei brani, mi accompagnano passo dopo passo.
Grazie a loro, anche nei momenti più complessi, riesco a procedere con sicurezza e determinazione, mantenendo intatta la mia voce e la mia visione artistica.


Redazione. Guardando al futuro, quale sogno artistico non hai ancora realizzato e cosa
rappresenterebbe per te?

 
Laura Marà. Il mio sogno nel cassetto è partecipare al Festival di Sanremo.
Non è solo un palco o una vetrina: sarebbe l’occasione di condividere la mia musica con un pubblico più ampio, di confrontarmi con artisti e creatività di altissimo livello, e di trasformare le mie emozioni e la mia visione in un momento collettivo.
Per me Sanremo rappresenta un punto di arrivo simbolico, ma anche una nuova partenza: la possibilità di far ascoltare la mia voce, di raccontare storie e sensazioni autentiche, e di aprire porte per collaborazioni e esperienze che ancora non conosco.


Ci tengo particolarmente a salutare e ringraziare il team di Élite Web Magazine per la disponibilità e lo spazio dedicatomi.

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Promoter: Francesca Comendulli


Intervista a 
Lady V


Redazione: Dopo oltre 25 anni tra danza, musica e spettacolo, come definiresti oggi la tua identità artistica?

Lady V: Oggi mi sento un’artista in movimento.
La mia identità nasce dal corpo, prima ancora che dalla voce.
Ho iniziato a danzare da piccolissima, sono cresciuta in un’accademia di danza, ho fatto classica, modern jazz, ho frequentato diverse scuole…
e sono sempre stata sul palcoscenico.
Ho una grande affinità con la scena.
Tutto quello che faccio parte dal ritmo, dalla presenza, dall’energia che si esprime attraverso il corpo.
Non sono solo una chanteuse, una cantante.
C’è sempre una performance dietro.
Per me musica e corpo non sono mai separati.
Mai.


Redazione: “Movimento Lento” segna una nuova fase del tuo percorso.
Cosa rappresenta per te questa rinascita creativa?


Lady V: Rappresenta una scelta.
Ricordiamoci che abbiamo sempre la scelta, in tutto.
Non è un ritorno per nostalgia, è un ritorno per consapevolezza.
Non è una rottura con il passato, è qualcosa che è maturato nel tempo e che oggi prende forma nel presente, senza dimenticare tutto quello che è stato.
Dopo tanti anni sento che non devo più correre dietro a niente.
Posso creare con calma, con profondità.
“Movimento Lento” nasce proprio dal bisogno di respirare.
Non di fermarsi — non bisogna fermarsi — ma di posarsi.
È una rinascita dolce e forte allo stesso tempo.
Morbida, ma determinata.


Redazione: Il brano è un manifesto contro la frenesia moderna.
Quanto senti urgente il bisogno di rallentare oggi?

Lady V: Sì, manifesto è la parola giusta.
All’inizio pensavo alla parola “protesta”, ma è troppo forte.
È più un manifesto contro la frenesia.
Io lo sento tantissimo.
Siamo sempre connessi, ma lontani.
Sempre di corsa, e spesso non siamo davvero presenti.
Pensiamo di esserlo, ma non è così.
Facciamo mille cose contemporaneamente, prendiamo appuntamenti che non manteniamo, diciamo “ci sono”… ma in realtà non ci siamo mai.
Teste sempre piegate sugli schermi.
Guardiamo più gli schermi che gli occhi delle persone che abbiamo accanto.
Rallentare oggi è quasi un atto rivoluzionario.
Rallenti…
resisti.
Significa tornare a respirare.
Tornare al contatto vero.
Toi et moi !


Redazione: Il testo alterna italiano e francese: perché questa scelta?

Lady V: Perché il movimento non ha confini.
Perché la musica non ha confini.
Io vivo in Francia da vent’anni, sono italiana.
Mescolare queste due lingue per me è naturale.
Il francese porta una sensualità più morbida, quasi sussurrata.
L’italiano ha una forza emotiva più diretta, viscerale.
Quando le due lingue si mescolano, le emozioni circolano in modo diverso.
È un ponte tra culture, tra stati d’animo.
Francia e Italia sono cugini, molto simili…
ma la sensibilità è diversa.

Redazione: Quanto la tua esperienza come danzatrice influenza il tuo modo di fare musica?

Lady V: Completamente.
Quando ascolto una base, il mio corpo reagisce prima della mente.
Penso subito a come muovermi, a come respirare.
Iniziamo a ballare ancora pirma di camminare 
La musica per me va vissuta, non solo ascoltata.


 Redazione: Il corpo e il ritmo sono centrali nel tuo linguaggio.
Che ruolo hanno nel rapporto con il pubblico?

Lady V: Sono il primo contatto.
Prima ancora delle parole, arriva il corpo.
Attraverso il corpo passa l’energia.
Se il ritmo è autentico, il corpo risponde.
E di conseguenza risponde anche il pubblico.
Il corpo non mente mai.
E quando più persone si muovono insieme, si crea qualcosa di molto potente.


Redazione: Pensi che la musica possa ancora unire le persone in modo autentico?
 

Lady V: Assolutamente sì.
La musica è uno degli ultimi spazi di incontro reale.
È uno spazio dove le persone non si separano, ma si ritrovano.
Ballare insieme crea una comunità, anche se temporanea.
La musica ci fa respirare lo stesso tempo…
ed è magico, magique !


Redazione: Cosa distingue questa fase rispetto alle esperienze passate in Multiforce?


Lady V: Multiforce è la mia radice.
È la casa artistica dove sono nata tanti anni fa come Devotional.
Oggi mi ritrovo come Lady V, con una visione più personale, più vera, più autentica.
C’è più maturità, più coscienza.
L’energia è la stessa…
ma è più profonda.


Redazione: Qual è il messaggio più importante che vuoi trasmettere con “Movimento Lento”?

Lady V: Che possiamo scegliere.
Sempre.
Possiamo scegliere di rallentare.
Non di fermarci — non bisogna fermarsi — ma di rallentare.
Di guardarci.
Di sentirci.
Di muoverci insieme.
La lentezza non è debolezza.
È intensità.


Redazione: Che direzione immagini per il futuro di Lady V?

Lady V: Spero in un futuro che unisca sempre di più musica e performance.
Vorrei creare esperienze dove il pubblico non sia solo spettatore, ma protagonista..
sempre.
Non voglio che le persone si limitino ad ascoltare.
Voglio che si lascino andare.
Bisogna vivere.
E bisogna farlo bene.



Vorrei ringraziare Élite Web Magazine per avermi dedicato questo spazio e per avermi dato la possibilità di far conoscere il mio brano e il mio personaggio artistico.


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Promoter: Francesca Comendulli 

Intervista a
Riccardo Ruiu.
 

 
 
Redazione: “Tra me e te” è stato presentato come un invito a ritrovare autenticità e connessione umana. Qual è stato il momento-scintilla che ti ha spinto a scrivere questo brano?
 

Riccardo Ruiu: Ho iniziato a scrivere questo pezzo nel momento in cui mi sono reso conto che in periodo pandemico le cose non erano andate come dovevano andare, anzi. Le persone hanno tirato fuori il peggio di sé in determinati contesti, e ho sentito il bisogno di evidenziare tutte le anomalie e distorsioni proprie di quei tempi bui.
 

Redazione: Nel comunicato si parla di «ferite invisibili lasciate dalla pandemia» e della fragilità dei rapporti contemporanei. Quali esperienze personali ti hanno influenzato maggiormente nella scrittura di questo pezzo?

Riccardo Ruiu: Le “ferite invisibili” di cui parlo nascono da esperienze che ho vissuto in prima persona durante la pandemia: il silenzio improvviso delle città, la distanza forzata dagli affetti, la difficoltà di mantenere vivi i rapporti quando tutto era mediato da uno schermo. Mi ha colpito soprattutto la fragilità dei legami quotidiani, quelli che sembrano scontati, ma che in realtà hanno bisogno di una presenza costante. Purtroppo, la mancanza di contatti diretti durante il lockdown ha accentuato la solitudine di molte persone, e ha portato a una nociva intensificazione dei rapporti virtuali. Queste osservazioni, unite al bisogno di dare voce a un sentire comune, hanno influenzato profondamente la scrittura del pezzo.

Redazione: Come descriveresti il rapporto tra la tradizione cantautorale italiana, che sembra essere parte del tuo background, e l’approccio moderno e impegnato che caratterizza questo singolo?

Riccardo Ruiu: Per me la tradizione cantautorale italiana è fonte di ispirazione imprescindibile: è fondamentale per me l’attenzione alla parola e al raccontare una visione soggettiva nel modo più aderente possibile a una realtà invece oggettiva. In questo singolo ho cercato di riuscire in questo utilizzando un linguaggio e delle sonorità più diretti e contemporanei, capaci di dare voce alle urgenze attuali senza perdere profondità.

Redazione: Hai collaborato con Stefano “MenionFerrari (arrangiamenti) e Maurizio Rossi alias MR. Broderick (editing/mix/mastering). In che modo queste collaborazioni hanno plasmato il suono e l’atmosfera del brano?

Riccardo Ruiu: La riuscita di un brano nasce da una forte intesa tra tutte le persone che vi lavorano. Stefano e Maurizio, da professionisti quali sono, hanno colto subito la direzione che la canzone doveva prendere e credo che, alla fine, siamo riusciti a ottenere sia le sonorità sia l’incisività che desideravamo. Voglio inoltre sottolineare le loro grandi doti umane: la pazienza e l’empatia nell’ascolto, qualità fondamentali per comprendere davvero ciò che l’autore intende esprimere.

Redazione: Il tema del “consumismo sentimentale” è forte nel comunicato stampa: come lo interpreti tu, nella vita di tutti i giorni?

Riccardo Ruiu: Il brano pone al centro il tema del “consumismo sentimentale”, concetto mutuato dal consumismo tecnologico: così come gli oggetti vengono rapidamente sostituiti quando non servono più, anche le persone finiscono per essere trattate allo stesso modo, con la conseguente dissoluzione di legami autentici e profondi. A determinare questa deriva è soprattutto la mancanza di tempo da dedicare ai rapporti, in una società che consuma ogni cosa con frenesia e corre senza sosta.
 

Redazione: Guardando al video ufficiale che accompagna “Tra me e te”, quali immagini o simboli hai voluto inserire per amplificare il messaggio del brano?

Riccardo Ruiu: Nel video di “Tra me e te” ho scelto di inserire simboli semplici ma carichi di significato: le strade deserte della città, la solitudine di chi è costretto a scambiarsi i doni attraverso uno schermo, e dunque rapporti virtuali che prendono il posto di quelli reali. Accanto a queste immagini, però, compaiono anche scene di affetto e vicinanza, segni di speranza per un ritorno a relazioni più autentiche. Perché, in fondo, i gesti davvero sinceri sono soltanto quelli condivisi di persona, non mediati dai social.
 

Redazione: Nel tuo percorso hai vissuto esperienze internazionali (segno di una visione oltre i confini nazionali). In che modo quelle esperienze ti hanno influenzato come autore e interprete?
 

Riccardo Ruiu: Vivere a Berlino mi ha permesso di confrontarmi con una cultura diversa e di scoprire nuove modalità di espressione. Come autore, ho imparato a contaminare la scrittura con sonorità e immagini che non appartengono solo al mio vissuto, ma che nascono dall’incontro con altre realtà. Quando si ampliano i propri orizzonti si ha una maggiore consapevolezza del valore universale della musica, capace di creare ponti e unire le persone. E il compito di ogni autore sta nel tradurre questa consapevolezza attraverso messaggi forti e, appunto, universali.

Redazione: Qual è la sfida più grande che hai incontrato nella fase di produzione e diffusione di questo singolo, e come l’hai affrontata?

Riccardo Ruiu: La sfida più grande è stata curare la produzione musicale nei minimi dettagli, cercando di dare al brano un suono pulito ma allo stesso tempo personale. Le sonorità, che mescolano energia e atmosfere più intime, hanno richiesto tempo per trovare il giusto equilibrio. Per quanto riguarda la promozione del singolo abbiamo lavorato molto bene insieme all’etichetta Multiforce, e voglio ringraziare in particolare Francesca Comendulli, responsabile della promozione.

Redazione: Guardando al futuro: cosa ti aspetti dopo “Tra me e te”? Ci sono progetti, album, concerti che puoi anticiparci?

Riccardo Ruiu: Parlando di un futuro prossimo sono previste prestigiose collaborazioni con grandi artisti, mentre attualmente sto lavorando al prossimo singolo che vedrà la luce nei primi mesi del 2026. Più avanti è prevista l'uscita di un album, ma è ancora tutto da definire.

Redazione: Per concludere: che messaggio vorresti lasciare al tuo pubblico, specialmente a chi si sente perso o ferito e trova nella musica un possibile rifugio o una via di riscatto?

Riccardo Ruiu: La musica è un rifugio che ci accoglie quando ci sentiamo persi. Ha la forza di trasformare il dolore in energia e di ricordarci che non siamo soli, e ogni melodia può aprire uno spiraglio di luce e di speranza. Il mio consiglio è di lasciarsi guidare dalla musica nei momenti difficili, perché dentro ogni canzone c’è sempre quel quid che può aiutare a ritrovare se stessi.



 
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Le Nostre Interviste

Intervista a 

Domenica Surace 

 
 
Redazione: “Amuri Miu” è un brano profondamente personale.
Quando hai sentito che era arrivato il momento di condividere con il pubblico una storia così intima?
 
Domenica Surace: Ho sentito il bisogno di condividere questa storia con il pubblico nel momento in cui mi sono resa conto che, quando ne parlavo, lo facevo con un po’ di nostalgia, sì, ma senza più avvertire il peso del dolore.
Provavo soltanto la forza di andare avanti e di non abbattermi.

Redazione: Il brano nasce come un canto di dolore e rinascita.
Come hai trasformato la perdita in una forma d’arte capace di dare forza anche agli altri?
 
Domenica Surace: Pur di non vedere la mia famiglia e i miei amici soffrire a causa del mio dolore, ho trovato dentro di me una forza che non immaginavo di possedere.
Questa energia mi ha permesso di non crollare e, allo stesso tempo, ha dato coraggio anche a chi mi stava vicino.

Redazione: Nella canzone convivono l’italiano e il dialetto calabro-lucano.
Quanto contano per te le radici linguistiche nel trasmettere autenticità e sentimento?
Domenica Surace: Sono profondamente legata alla mia terra e alle mie radici, ed è proprio per questo che ho voluto inserire alcune frasi in dialetto calabro-lucano: per non perdere la mia autenticità.
Cantare in dialetto mi fa sentire ancora più vera e pienamente me stessa.

Redazione: Hai descritto “Amuri Miu” come una dedica alla figlia tra gli angeli.
Cosa rappresenta per te oggi questa canzone, a distanza di tempo dalla sua nascita?
Domenica Surace: Rappresenta ciò che ha sempre rappresentato fin dall’inizio: un legame indissolubile, un filo invisibile che unisce il cielo e la terra.

Redazione: La tua voce ha un timbro inconfondibile, capace di unire la tradizione popolare a una sensibilità moderna. Come descriveresti il tuo percorso vocale ed emotivo?
Domenica Surace: Il mio percorso vocale è migliorato progressivamente, man mano che lo studio diventava più intenso.
Più studiavo, più acquisivo consapevolezza della mia voce e sicurezza nelle mie capacità; così, emozionarmi ed emozionare è diventato un processo naturale e spontaneo.

Redazione: Il brano porta la firma produttiva di Multiforce con Tiziano Giupponi e gli arrangiamenti di Cristian Piccinelli. Com’è stato lavorare insieme e quali emozioni hai ritrovato in studio?
Domenica Surace: Lavorare con due professionisti come Tiziano Giupponi e Cristian Piccinelli è stato per me un grande onore.
Hanno compreso fin da subito ciò che desideravo e sono riusciti a realizzare la mia idea di “arrangiamento celestiale”.
In studio il tempo è volato e mi sono sentita completamente a mio agio.

Redazione: La copertina di “Amuri Miu” richiama la luce che non si spegne mai.
Ci racconti il significato simbolico dietro questa scelta visiva?
 
Domenica Surace: Nella vita non bisogna mai arrendersi, perché anche nei momenti più bui la luce è sempre lì, dietro di noi, pronta a illuminare di nuovo il nostro cammino.
Sta a noi accoglierla e ritrovare la speranza.

Redazione: La tua carriera è ricca di esperienze tra musica popolare, televisione e collaborazioni artistiche.
In che modo queste tappe hanno influenzato la tua maturità artistica di oggi?
 
Domenica Surace: Le varie collaborazioni e le esperienze vissute mi hanno insegnato molto: mi hanno dato la possibilità di mettermi in gioco, di confrontarmi, di conoscere nuove persone e, soprattutto, mi hanno spronato a migliorarmi continuamente.

Redazione: C’è un messaggio che desideri arrivi in modo particolare a chi ascolta “Amuri Miu” per la prima volta?
 
Domenica Surace: Il messaggio che desidero trasmettere è che non bisogna mai arrendersi, ma continuare a sperare, a lottare e ad andare avanti con umiltà e con forza.
 
Redazione: Guardando al futuro, quali sono i prossimi passi del tuo percorso musicale dopo questo intenso capitolo?
 
Domenica Surace: Continuerò a raccontare frammenti reali della mia vita, perché la vita è fatta di momenti intensi ma anche di attimi leggeri. L’importante è essere sempre autentici e proseguire il proprio cammino con semplicità e umiltà. 


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Intervista a 

Riky Anelli
 
 “Ali sull’Acqua: il coraggio di volare oltre i limiti”

 
Redazione.  Riky, partiamo dal tuo percorso: come nasce la tua passione per la musica e in che modo si è evoluta fino a diventare una vera e propria carriera d’autore e arrangiatore?

Riky. Buongiorno! Nasce da bambino, grazie alle canzoni dei miei genitori e ai loro dischi.
In casa si ascoltavano grandi gruppi rock ma anche molta musica classica e diversi cantautori.
Ho studiato pianoforte e successivamente ho cominciato a voler suonare la chitarra come mio papà.
Ho iniziato con i primi “complessini” in cantina, poi le rock band e i veri e propri concerti.
Ho sempre scritto canzoni ma la vera svolta è stata l’acquisto di un registratore a quattro piste.
Sul quattro piste, lavorando con “quel che avevo a disposizione” ho affinato le capacità soprattutto di arrangiatore.
Ho frequentato l’accademia ma tutto ciò che di buono ho guadagnato artisticamente l’ho sudato fino all’ultima goccia, macinando chilometri ed esperienza.


Redazione. Hai collaborato con nomi importanti come Massimo Priviero e gli Arpioni: quali esperienze ti hanno maggiormente formato, artisticamente e umanamente?

Riky. Ogni collaborazione in qualche modo lascia un segno, arricchisce e a volte fa pure arrabbiare. Sicuramente lavorare con altre realtà artistiche e con altre “penne” mi ha contaminato, ognuna con piccoli segni che però mi hanno cambiato, trasformato e migliorato.

Redazione. Nel tuo percorso hai vinto riconoscimenti come la Targa Repubblica.it e il Premio Bruno Lauzi – Canzone d’Autore.
Quanto contano, oggi, premi di questo tipo per un artista indipendente?


Riky. Il riconoscimento gratifica e soddisfa quell’esigenza che un po’ tutti gli artisti hanno, ovvero la conferma che la strada intrapresa è corretta.
Per un autore indipendente i premi sono importanti ma inutili se poi non viene fatto un buon lavoro  di squadra, un bel disco, una pianificazione accurata.


Redazione. Il brano “Ali sull’Acqua” è la colonna sonora del docufilm omonimo diretto da Gabriele Donati.
Come è nato questo incontro tra musica e cinema?


Riky. Grazie a Stefano Mattinzoli  Mura un pomeriggio a Desenzano; proprio quando ci lasciava Paolo Benvegnù.
(Mi piace pensare di avere avuto, in qualche modo, l'aiuto spirituale di Paolo, uno tra i più grandi cantautori italiani.)
Stefano ed io abbiamo preso un the insieme, in compagnia delle nostre mogli e figli, parlando di questa idea.
La settimana seguente ho composto la canzone che sapevo sarebbe stata sui titoli di coda e dopo aver visto le immagini di
Gabriele Donati ho avuto tutto chiaro.
Il processo creativo è stato molto piacevole.
Amo in egual misura
Bob Dylan ed Ennio Morricone, con le dovute proporzioni di grandezza, ho cercato di farli camminare insieme.
 

Redazione. Il tema del coraggio e del superamento dei limiti è centrale nel brano.
Cosa rappresenta per te “volare sull’acqua”?


Riky. E’ il mio vero punto focale.
Ho affrontato una gran quantità di ostacoli nel mio percorso, rinunciando con gran serenità a offerte molto ghiotte ma che erano in pieno contrasto con i miei ideali artistici.
Ho stretto i denti e ho modificato i miei modi di vivere, di pensare.
Mi sono messo in discussione, viaggiato, studiato molto e ho approfondito le stranezze della vita.
Volare sull’acqua è conquistare la libertà autentica.
Non sono milionario, non riempio gli stadi ma sono un uomo libero.


Redazione. L’evento di debutto al Vittoriale di Brescia ha avuto il patrocinio dell’Aeronautica Militare. Che emozioni hai provato nel vedere la tua musica associata a un progetto di tale valore simbolico?

Riky. La più grande soddisfazione è stata vedere tanti appassionati di aviazione e di cinema avvicinarsi alla mia musica con grande rispetto e voglia di approfondire.
Credo sia stata l’emozione più intensa.
Ciò che scrivo è in qualche modo il prolungamento di chi sono, di ciò che vivo e di come la penso.
Un incontro significativo quello con il
Colonnello Vitaliti, ora Generale.

Redazione. Parliamo della tua nuova formazione, The R.E.A. Band: com’è nato questo gruppo e quale chimica si è creata tra voi sul palco e in studio?

Riky. Io e Paolo Marchetti, batterista e ormai grande amico, da tempo ci incontravamo nei vari festival e nei locali; tutti e due provati dai precedenti percorsi e stanchi del modus operandi del settore musicale italiano abbiamo deciso di suonare un po’ insieme.
Avevo diverse canzoni ma
“ali sull’acqua” è stato il pretesto per fare le cose seriamente.
Ci siamo messi in studio a lavorare e magicamente tutto si è sistemato.
Con l’arrivo di
Paolo Cazzola al basso e di Matteo Foccoli alla chitarra elettrica si è creata l’alchimia giusta, una comunione di pensieri, emozioni, cifra stilistica e orientamento musicale che, francamente, non avevo mai trovato prima.
Nella band estesa collaborano anche
Bithia Fratantonio ai cori, Francesca Arancio al violino, Alessandro Marzetti alla tromba e Marcello Aloe al sax.

Redazione. Il tuo sound mescola rock d’autore, folk, country e un’anima “combat”.
Da quali artisti trai ispirazione e come riesci a mantenere una tua identità personale in un panorama così vario?


Riky. Il panorama che mi piace e mi ispira è sicuramente molto vario ma in realtà più delineato e coerente di quanto possa sembrare.
Woody Guthrie ha formato Bob Dylan, mio grande eroe; Dylan era amico di Johnny Cash e ha fatto incontrare artisticamente De Gregori e De André.
Le tematiche sociali, sono sempre state analizzate da tutti loro come, nel mio piccolo, faccio io.
La contestazione e il combat rock dei Clash invece sono stati ripresi più volte dai Gang.
C’è un unico filo conduttore che unisce ciò che mi ispira e fa da vero ponte tra l’America, l’Inghilterra e l’Italia.
Mi occupo di questo ed è questa la mia missione.
Si chiama songwriting ed io sono un songwriter.


Redazione. Cosa puoi anticiparci del nuovo album che seguirà “Ali sull’Acqua”?
Ci sarà una continuità tematica o sonora con questo singolo?


Riky. Sarà un album dedicato interamente agli “outsiders”, a chi viene considerato di serie b, persone messe in secondo piano dalla società o dalle circostanze della vita.
L’orientamento ovviamente folk rock. Si sentirà molto il sound che ho coltivato negli States.
Mi piace definirlo un disco
“On the road”, infatti conterrà 13/14 canzoni letteralmente scritte tra il Sud Tirolo, la collina bergamasca e gli States: Nashville, Clarksdale, Memphis e New Orleans.

Redazione. In chiusura, che messaggio vuoi lasciare a chi ascolta la tua musica per la prima volta e scopre in te “l’anima del rock d’autore italiano”?
 

Riky. Vincere la partita contro la comodità, aver voglia di approfondire la mie canzoni e di non fermarsi al solo ascolto superficiale.
Per l’artista scrivere e dar vita alle proprie canzoni è un’esigenza ma anche un atto di profonda verità, un’importante presa di coscienza verso se stessi e il mondo nel quale viviamo.
Trovare spunti di riflessione sempre nuovi, magari da discutere insieme prima o dopo un concerto.
La musica vera va ascoltata dal vivo.
Sempre.

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ntervista a

Don Pasquale Ferone

Redazione: Come nasce l’ispirazione per il brano “Prodigio” e cosa rappresenta per lei questo titolo?

Don Pasquale F.: L'ispirazione per il brano nasce dal fatto che molto spesso ho il desiderio e la volontà di aiutare le persone a vivere nella serenità e nella pace; Prodigio è un brano importante e per me rappresenta un invito per tutti a considerare la propria vita come un dono di Dio e farla diventare un prodigio vivente.

Redazione: Qual è stato il momento preciso in cui ha sentito il bisogno di unire musica e fede in modo così profondo?

Don Pasquale F.: Fin dall'età di 15 anni ho cercato di rendermi utile nell'animazione delle varie celebrazioni in chiesa, suonando la chitarra; poi dal 2017 ho sentito l'esigenza di collaborare, nel mio piccolo, alla causa dell'evangelizzazione componendo brani musicali per tale scopo.

Redazione: Nella canzone si parla di serenità e grazia: come riesce a trasmettere questi concetti spirituali attraverso la musica?

Don Pasquale F.: Cerco sempre di comunicare, attraverso la musica, messaggi importanti come la pace, l'amore e la gioia; se tutto ciò accade ringrazio il Signore, perchè certamente è merito Suo, che mi dà la possibilità di comunicare serenità e grazia attraverso le mie canzoni cristiane.

Redazione: Lei ha iniziato giovanissimo a suonare la chitarra: quanto conta oggi questo strumento nel suo cammino di evangelizzazione?

Don Pasquale F.: Per me la chitarra è uno strumento che amo tanto perché mi ha accompagnato sempre; ancora oggi se non ho con me una chitarra, mi sento mancante...
È uno strumento molto pratico e completo.

Redazione: Quali sono le emozioni che spera di suscitare in chi ascolta “Prodigio”?

Don Pasquale F.: Con il brano Prodigio cerco di suscitare nell'ascoltatore un sentimento di serenità e di consapevolezza della propria vita come dono, come un prodigio, appunto.

Redazione: C’è un versetto o una frase del brano a cui è particolarmente legato?

Don Pasquale F.: In realtà tutta la canzone per me è particolare; è una canzone importante e profonda in tutti i suoi versi; la cosa che mi interessa di più è che le persone che la ascoltano possano sperimentare in se stessi il dono della serenità e della pace.

Redazione: “Prodigiosi aggiunge a una lunga lista di brani pubblicati: come riesce a mantenere viva la creatività dopo 50 composizioni?

Don Pasquale F.: Tutto merito dell'ispirazione che sempre mi accompagna e che sempre cerco di accogliere quando metto mano alla composizione musicale; per prima cosa creo la parte musicale e poi scrivo il testo.

Redazione: Quanto è importante, secondo lei, pregare anche nei momenti di gioia, e non solo nelle difficoltà?

Don Pasquale F.: È molto importante pregare anche nei momenti di gioia e non solo nei momenti di difficoltà; la preghiera fatta al Signore non accresce la Sua gloria, ma ci ottiene la grazia di poter affrontare con fede e determinazione le sfide che la vita ci mette avanti.

Redazione: La musica cristiana ha un grande potere di unione: ha mai vissuto un episodio speciale durante un’esibizione o una preghiera cantata?

Don Pasquale F.: Di episodi straordinari ce ne sono stati in passato, però penso che sempre ci sono episodi nella vita che ci aiutano a capire e affermare la presenza di Dio nella nostra vita;

Redazione: Cosa possiamo aspettarci dai suoi prossimi progetti musicali?

Don Pasquale F.: Le attese per nuove progetti musicali mi tengono sempre in tensione verso nuove sfide e nuovi impegni per la causa dell'evangelizzazione e quindi sicuramente a breve ci sarà qualche nuovo progetto musicale che possa continuare a comunicare gioia e serenità; voglio concludere affidandovi tutti alla bontà del Signore Dio affinché vi custodisca nel Suo immenso amore.
A presto...



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Intervista a 
Ora 4

Redazione: Partiamo subito dal brano che vi ha fatto vincere il contest.
San Giuliano è un pezzo molto particolare, sia per il tema trattato che per l’ironia sottile.
Cosa vi ha ispirato nella sua creazione?


Ora4 -  L'ispirazione è venuta semplicemente osservando la realtà.
Un personaggio pubblico che, per via di alcune sue azioni, ha scatenato un'ondata d'ironia.
La canzone non vuole essere una critica diretta alla persona, ma piuttosto un'analisi scherzosa di un fenomeno che, a nostro avviso, è molto comune: la tendenza a tollerare o perdonare il potere anche quando si dimostra inadeguato e grottesco.
L'ironia, in questo caso, vuole essere un modo per far riflettere il pubblico.


Redazione: Il testo del brano affronta la questione dell’istruzione e del merito, evidenziando come, spesso, il successo dipenda più dalle connessioni che dall’impegno.
Come è nato questo messaggio?


Ora4 - Gli accadimenti di cronaca politica ci hanno ispirato un testo critico verso la società contemporanea, la quale, in larga parte, sembra credere che il successo nella vita non dipenda tanto dallo studio, quanto piuttosto dal “pregare il santo giusto”.
In altre parole, il testo mette in evidenza come le relazioni politiche e le connessioni influenti possano avere un peso maggiore dell'impegno personale e del merito accademico.
Il personaggio, nonostante abbia collezionato innumerevoli gaffes che mettono in discussione proprio le sue competenze nel settore culturale, ha raggiunto una posizione di grande prestigio.
Il messaggio sottinteso è: “
Se ce l'ha fatta lui, anche tu, che non hai una sufficienza, puoi farcela”.

Redazione: Il brano è stato scritto da Roberto Pagliari, il bassista del gruppo.
Potete raccontarci qualcosa di più sul processo di scrittura e composizione?


Ora4 - Risponde Roberto:
Il cognome del ministro, simile a quello del santo, mi ha fatto sorridere ed ho pensato che ci si potesse scrivere una canzone.
In quasi tutti i nostri brani partiamo da un concetto base ispirato da fatti reali o dalla cronaca, poi scrivo di getto molte frasi, le canticchio e scelgo quelle che suonano meglio.
Infine provo varie sequenze di accordi strimpellando e accennando qualche melodia. Faccio molte registrazioni a casa col telefonino e poi scelgo solitamente una strofa un ritornello e un ponte.
Infine durante le prove col gruppo condivido la mia idea.
Insieme lavoriamo per trovare la struttura, la ritmica e la melodia giusta.
È sempre un lavoro di squadra, un processo creativo che ha coinvolge tutti.
Ognuno da il suo contributo, offrendo feedback, idee e stroncature, fino a quando arriviamo alla versione finale.


Redazione: Parliamo del contest. Com’è stata la vostra esperienza con Diffusioni Musicali?
Cosa ha significato per voi vincere questo premio?


Ora4 - Partecipare a Diffusioni Musicali è stata un'esperienza davvero emozionante, un vero e proprio viaggio nella scoperta del nostro potenziale come gruppo.
Il momento della vittoria? Un'emozione indescrivibile, una conferma che il nostro lavoro, la nostra passione, erano stati apprezzati.

Redazione: Avete iniziato come cover band e oggi proponete anche brani inediti.
Come è cambiata la vostra musica nel tempo e qual è il vostro approccio quando riarrangiate canzoni famose?

Ora4: La nostra storia inizia con le cover, un'esperienza fondamentale per la nostra crescita musicale.
È stato come un laboratorio, un'occasione per sperimentare diversi generi, per affinare le nostre tecniche e per imparare a suonare insieme.
Ma con il tempo, il desiderio di esprimerci con la nostra musica è diventato sempre più forte.
Così, abbiamo iniziato a comporre i nostri brani, a raccontare le nostre storie, a dare voce alle nostre emozioni.
Facendo cover non vogliamo riprodurre fedelmente le versioni originali, ma cerchiamo di dare un'impronta personale, di reinterpretarle con il nostro stile acustico. 
Questo processo creativo ci permette di esplorare nuove soluzioni musicali, di sperimentare e di scoprire nuove sfumature e di distinguerci dalle altre cover band.

Redazione: Il vostro repertorio è molto vario, spazia dal pop al rock, blues e jazz.
Quali sono le influenze musicali che più vi ispirano e come avete scelto il vostro sound?

Ora4: C'è chi di noi è cresciuto a pane e rock, con un debole per le sonorità potenti e i riff di chitarra esplosivi.
Altri invece sono stati conquistati dalla melodia e dalla dolcezza del pop, o dalla profondità e dall'intensità del blues.
E poi c'è chi si è lasciato incantare dalle armonie complesse e dall
'eleganza del jazz.
Questo mix portato sul palco con una strumentazione acustica ha dato forma a quello che siamo oggi.


Redazione: Siete un gruppo con membri dalle diverse esperienze musicali.
Come avete trovato l’equilibrio perfetto tra di voi?


Ora4: Il segreto è stato la condivisione, la collaborazione e il rispetto reciproco.
Ognuno di noi ha portato il suo talento, e la sua visione musicale, e abbiamo imparato a lavorare insieme, a valorizzare le differenze e a creare qualcosa di nuovo e originale che ognuno di noi singolarmente non avrebbe potuto realizzare.


Redazione: Ci ha incuriosito la storia del nome Ora4.
Potete spiegarci il significato dietro questo nome e come è nato?


Ora4: "Ora4" significa "Adesso siamo in 4!".
Questo nome rappresenta l'unione di quattro amici appassionati di musica, ognuno con esperienze diverse e interessanti nel panorama musicale.
Tutto è iniziato come un duo, chitarra e voce, poi quando si è unito il percussionista, il gruppo si è chiamato
"Ora3".
L'arrivo del basso ha completato la nostra formazione ed è stato proprio in quel momento, con l'arrivo del quarto membro, che abbiamo deciso di cambiare nome.
Ora4,

Redazione: Sabrina, ci racconti un po’ della tua esperienza come cantante e come sei cresciuta musicalmente nel corso degli anni?

Ora4: Risponde Sabrina:
La musica ha sempre fatto parte di me e non posso proprio farne a meno.
Fin da bambina sognavo di stare su uno di quei grandi palchi che vedevo in tv, ma le opportunità che offriva al tempo un paese di provincia come Arcola erano veramente rare.
Così, a parte le recite scolastiche, eventi di quartiere o iniziative di associazioni locali, ho potuto iniziare il mio vero percorso musicale da adolescente: con il canto moderno, imparando le basi e sviluppando la mia voce.
Poi, ho avuto la fortuna di collaborare con diversi musicisti e band, esplorando generi musicali diversi e affinando le mie abilità.
Nel mio
“periodo Jazz” ho imparato a “domare” e utilizzare appieno la mia estensione.
E’ proprio questo che ha dato colore e sfumature alla mia voce.
Col passare del tempo è emersa la mia capacità di emozionare il pubblico, che mi ha veramente sorpresa e, contestualmente, mi ha fatto capire il vero obiettivo di questo meraviglioso linguaggio universale che è la musica: puoi avere una voce meravigliosa ed una tecnica impeccabile, ma se non
“arrivi” a chi ascolta non serve a nulla!
Oggi, come parte di
Ora4, sento di aver trovato la mia voce e il mio posto nel mondo musicale.
Ogni giorno è un'opportunità per imparare, crescere ulteriormente ed ricevere dal pubblico quel calore che ti scalda il cuore."



Redazione: Guardando al futuro, avete progetti per nuove uscite musicali o collaborazioni?
Quali sono i vostri obiettivi a lungo termine come band?


Ora4: Stiamo lavorando a nuovi brani che esplorano generi diversi, mantenendo sempre la nostra essenza acustica.
Vogliamo che ogni canzone racconti una storia unica e tocchi le emozioni del nostro pubblico.
Siamo aperti a collaborare con altri artisti, sia locali che nazionali ma soprattutto vogliamo raggiungere nuovi ascoltatori e far conoscere la nostra musica a un pubblico più ampio.
Adesso stiamo organizzando  concerti estivi in  locali, festival ed eventi in varie città, per condividere la nostra musica dal vivo e connetterci direttamente con le persone.
Perché è ciò che ci piace fare.


Redazione: Prima di salutarci, volete lasciare un messaggio ai vostri fan e agli ascoltatori che vi seguono?

Ora4: A tutti i nostri fan e lettori, un enorme grazie per il vostro continuo supporto! La vostra passione per la nostra musica è la nostra più grande fonte di ispirazione.
Sappiate che ogni nota che suoniamo è dedicata a voi. Continuate a seguirci, perché abbiamo tante sorprese in serbo per voi! Non vediamo l'ora di condividere la nostra musica con voi e di creare nuove emozioni insieme.



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Intervista a 
Dom-Beta


Redazione: Raccontaci qualcosa di te: chi è Dom-B e come è iniziato il tuo percorso nella musica?

Dom-B: Ho scoperto la mia passione per la musica durante l'adolescenza, in un periodo segnato dalla pandemia da COVID-19. Mentre terminavo il mio percorso scolastico, ho trovato nella musica una via d'espressione. Supportato dai miei amici e dai social, ho iniziato a scrivere i miei primi testi, ispirato dalle delusioni personali e dall'esperienza della quarantena.
Un momento chiave della mia carriera è stato la presentazione di un brano sulla Prima Guerra Mondiale agli esami di maturità, che ha lasciato tutti a bocca aperta. Determinato a perfezionare la mia arte, ho intrapreso corsi di musica, affinando la mia voce e imparando a creare basi musicali.

Redazione: Hai scoperto la tua passione durante l'adolescenza, in un periodo segnato dalla pandemia.
Come ha influenzato quel momento la tua musica e la tua crescita personale?

Dom-B:
DURANTE LA QUARANTENA AVEVO MOLTO TEMPO LIBERO E HO INIZIATO A SCRIVERE I MIEI PRIMI PEZZI. I MIEI PRIMI TESTI PARLANO DELLE MIE DELUSIONI IN AMICIZIA E DI COME QUESTO MI FACEVA SENTIRE.

Redazione:  Il tuo nuovo singolo si intitola Accordi e Ricordi. Puoi spiegarci il significato dietro a questo brano e cosa rappresenta per te?

Dom-B:  IN QUESTO BRANO ACCORDI E RICORDI ESPRIMO LE EMOZIONI CHE LA MUSICA MI FA PROVARE. QUANDO CI SONO MOMENTI BELLI O MOMENTI BRUTTI, LA MUSICA MI RENDE SEMPRE PIÙ CARICO E ALLEGRO. NEI MOMENTI TRISTI IN CUI DEVO LOTTARE CON I PROBLEMI DI TUTTI I GIORNI ALZO IL VOLUME AL MASSIMO E AZZERO I PENSIERI NEGATIVI. QUESTO MI PERMETTE DI METTERE DA PARTE LA TRISTEZZA E DI RAGGIUNGERE TRAGUARDI SEMPRE PIÙ GRANDI.

Redazione:  Nel testo parli di lotte personali e della forza della musica nei momenti difficili.
Quanto è importante la musica nella tua vita quotidiana?


Dom-B:  La musica rappresenta per me una priorità assoluta.
La ascolto costantemente durante tutta la giornata, sia per momenti di svago che per motivi di studio.


Redazione:  Qual è stato il processo creativo dietro Accordi e Ricordi? Hai scritto prima il testo o la musica?

Dom-B:  Il testo di questo brano è stato concepito per primo, prendendo ispirazione dalla visione di un film incentrato sui viaggi nel tempo.
Da questa ispirazione è nato il brano.


Redazione. Sei molto attivo sui social, e hai un forte legame con i tuoi fan. Come ti relazioni con loro e quanto è importante per te il loro supporto?

Dom-B: DOPO AVER PUBBLICATO QUESTO BRANO, I MIEI AMICI E I MIEI FAN SI SONO MOSTRATI ANCORA PIU VICINI, SUPPORTANDOMI SEMPRE, ANCHE SE ALL'INIZIO ERANO INCREDULI PER QUESTA NUOVA PUBBLICAZIONE.
Il loro supporto è per me importantissimo, mi piace che loro mi chiedano quando uscirà un nuovo brano e che mi facciano i complimenti
.

Redazione:  Hai anche raccontato che i tuoi genitori ti hanno sostenuto nel tuo progetto musicale. Che ruolo ha avuto la tua famiglia nel tuo percorso artistico?

Dom-B:  La mia famiglia ha sempre sostenuto questa mia passione.
Quando hanno compreso che non si trattava di un hobby passeggero, hanno deciso di iscrivermi a un corso di musica per permettermi di affinare la mia voce e sviluppare le mie abilità.


Redazione. Hai già pubblicato altri brani o lavori di cui vai particolarmente fiero?
Raccontaci uno dei tuoi successi fino ad oggi.

Dom-B: Il mio primo brano è stato "Comando Rapido" e attualmente sto lavorando a un nuovo pezzo che verrà rilasciato prossimamente.

Redazione: Sei un artista giovane e emergente: quali sono i tuoi obiettivi futuri?
Dove ti vedi nei prossimi anni?

Dom-B:  Nel corso dei prossimi anni, auspico di poter proseguire su questo percorso, migliorando costantemente le mie capacità e regalando momenti di intrattenimento ai miei fan attraverso la mia musica, poiché il loro supporto rappresenta per me un punto di riferimento fondamentale.

Redazione: Quali artisti ti hanno maggiormente ispirato nel tuo percorso musicale?

Dom-B: Gli artisti che seguo di più sono: Gué, Marra Salmo e kid Yugi.

Redazione:  Il mondo della musica è in continua evoluzione. Come riesci a mantenere la tua originalità e a distinguerti nel panorama musicale attuale?

Dom-B:  Mantengo la mia originalità e mi distinguo nel panorama musicale attuale concentrandomi sull'espressione autentica di me stesso.
Credo che sia fondamentale rimanere fedeli alle proprie esperienze, emozioni e ispirazioni, poiché è lì che risiede l'unicità di ogni artista.
Cerco di raccontare storie genuine attraverso i miei testi, riflettendo sulle mie esperienze personali e sulle sfide che ho affrontato


Redazione: C'è un messaggio che vuoi trasmettere con la tua musica a chi ti ascolta?

Dom-B: Attraverso la mia musica, desidero trasmettere un messaggio di speranza e resilienza.
Voglio che chi mi ascolta trovi conforto e forza nelle mie canzoni, soprattutto nei momenti di difficoltà.
Ogni brano che compongo è ispirato da esperienze personali e dalle sfide che ho affrontato, e spero che le mie parole e melodie possano risuonare con le esperienze degli altri e offrire loro un senso di comprensione e connessione.


Redazione:  Qual è stata l'esperienza più significativa o indimenticabile che hai vissuto da quando hai iniziato la tua carriera musicale?

Dom-B: L'esperienza più significativa è stata la registrazione audio e video del mio brano.
Mi sentivo come un cantante professionista e questo mi ha infuso una straordinaria energia e determinazione.


Redazione:  Hai in programma nuove uscite o progetti che puoi anticiparci?

Dom-B Certo! Un nuovo brano sarà pronto nei prossimi mesi!

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Intervista a 
Viviana Laffranchi 


Redazione: Complimenti per il doppio trionfo a Sanremo 2025!
Come vi sentite dopo questa straordinaria esperienza?


Viviana L.: Grazie dei complimenti, che dire.. è stato fantastico, un’emozione difficile da descrivere. Vincere un premio proprio nella settimana sella musica nella città dei Fiori è una cosa che non capita tutti i giorni!

Redazione:  Il vostro brano “Profumo di blu” ha conquistato il pubblico di Sanremo. Cosa vi ha ispirato nella scrittura di questa canzone?

Viviana L:
 Scrivere “Profumo di blu” è stato davvero semplice, le frasi e le note sono uscite naturalmente e ci hanno emozionato fino a piangerci anche un pò su. Un musicista romano ci aveva sentiti insieme e ci aveva consigliato di scrivere una canzone dove Enea fosse ancora bambino.
Per il colore delle voci insieme che, con la crescita imminente di Enea, presto cambierà e così ci siamo messi al pianoforte..
e voilà il pezzo e nato.


Redazione:  La vostra vittoria al premio Award Giovani 2025 rappresenta un grande successo. Cosa significa per voi questo riconoscimento, sia come madre e figlio che come artisti?

Viviana L:
La vittoria come madre e figlio rappresenta un messaggio forte per ogni genitore che vede un figlio diventare grande, non solo nel bene, ma anche con tutte le difficoltà che l’essere genitori rappresenta in questa società.
Non è solo favoloso, non c’ è solo il giusto e lo sbagliato, ma siamo esseri umani che sbagliamo e sbaglieremo ogni giorno, pur amando fortemente i nostri figli.

Come artisti invece, è consapevolezza che in questo mondo artistico fatto di autori e talenti brillanti, nel nostro piccolo esistiamo anche noi.

Redazione:  Enea, sei giovanissimo, ma hai già molta esperienza musicale.
Come ti senti a collaborare con tua madre in un progetto così importante?

Enea:
 Devo ringraziare di sicuro la mamma se oggi ho un bagaglio di esperienze già abbastanza importante.
Ho ancora 13 anni e posso tranquillamente suonare con adulti come lei.
Ma spesso sapete, la mia età rappresenta un problema non indifferente.
Capita che io non mi possa esibire, perchè sarebbe considerato come lavoro minorile..
stiamo cercando di capire come facciano gli artisti minorenni di fama nazionale o gli attori bambini, perchè a me adesso non interessa il compenso, ma vorrei potermi portare avanti con la gavetta.


Redazione:  Viviana, quali sono le principali sfide e soddisfazioni nel lavorare a fianco di tuo figlio su un progetto musicale?

Viviana L.
Lui suona lo strumento meglio di me, ma io sono sempre stata dotata nello scrivere.
Ovviamente lui fa più fatica a creare fraseggi che possano funzionare all’interno di un brano.
Ci sono intere lezioni che si possono fare sulla scrittura di una canzone,
Enea studia canto e musica da colleghi, non da me e quando dobbiamo scrivere insieme, deve cercare di staccarsi dal ruolo di figlio.

Redazione:  "Profumo di blu" parla del legame tra una madre e il suo bambino.
C’è un episodio o un ricordo personale che vi ha ispirato nella creazione di questo brano?

*Viviana L:
I  ricordi che sono serviti per concludere il brano sono davvero tanti: i giochi per terra, le poesie prima di addormentarsi, i viaggi in aereo, le litigate, i maglioni della stessa misura.. davvero tante cose.

Redazione:  Il singolo “Profumo di blu” è uscito il 7 marzo e ha già ricevuto ottimi riscontri.
Come avete vissuto la reazione del pubblico finora e quali sono stati i commenti che vi hanno colpito di più?

Viviana L: 
 Ogni volta che ci esibiamo dal vivo, qualcuno si commuove.. è bellissimo. Così come è bello vedere che madri e figli ci taggano perchè mettono le loro foto insieme ed in sottofondo c’è la nostra canzone.
È davvero una soddisfazione sapere che le nostre parole sono state capite.


Redazione: Il 22 marzo sarete ospiti del Gala di Miss Cinema a Brescia.
Cosa potrà aspettarsi il pubblico durante la vostra esibizione?

Viviana L: Già! il 22 sarà una grande festa, in un posto nuovo dove di sicuro tante persone non ci conoscono ancora.
Noi ci emozioneremo di sicuro tantissimo e va bene, perchè è così che potremo fare arrivare la nostra emozione nel cuore dei partecipanti all’evento.


Redazione:  Enea, hai solo 13 anni ma hai già un repertorio ricco e diverse esibizioni alle spalle. Come bilanci la tua carriera musicale con la tua vita da studente?

Enea:
Questo è un anno molto difficile per me.
Sto studiando perché voglio concludere le medie nel migliore dei modi, e contemporaneamente sto preparando gli esami d’ingresso alla scuola superiore che inizierò il prossimo anno.
Un liceo linguistico ad indirizzo europeo dove, per lo più, ci esprimeremo in tutte le lezioni in lingua inglese e tedesca, Però so che poi raccoglierò dei frutti buoni, buoni.


Redazione:  Viviana, la tua carriera cantautorale è iniziata molti anni fa e hai collaborato con diversi artisti.
Come hai visto evolvere il tuo percorso artistico fino a questo successo con tuo figlio?

Viviana L:  Già!  io è da un po’ che ho fatto della musica il imo mestiere.
È dura, spesso è un sacrificio.
C’è chi erroneamente pensa che “
andare a cantare” sia un divertimento fine a se stesso.
La gente non può immaginare che invece, come ogni attività,
va studiata e maturata nel tempo e che ci sono le soddisfazioni, ma anche le responsabilità e i problemi del caso.
A
Sanremo ero già stata finalista di Area Sanremo, esperienza formativa ricchissima per me, fu quello il momento in cui mi resi conto di avere delle potenzialità.
Oggi lavoro tantissimo sia con i live, sia come insegnante di canto in accademia.

 
Redazione:  Quali emozioni provate nel condividere non solo il palco ma anche il processo creativo?

Viviana L.
 Scrivere insieme è bello e brutto.
Bello alla fine e brutto in certi momenti nella maturazione del pezzo.
Hahah Sì, perchè quando non ci capiamo non abbiamo pazienza e ci arrabbiamo un po’… solo un po’ è, perchè poi nascono cose belle e l’emozione supera qualsiasi tipo di emozione!


Redazione: Avete in programma altri progetti musicali insieme per il futuro?
Magari un album completo?

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Viviana l: 
 Chissà, da parte mia (Viviana) non smetterei mai di confrontarmi con Enea, lui fra non molto dovrà assolutamente trovare stimoli diversi e camminare con le proprie gambe.
Sicuramente un paio di stagioni insieme ci saranno e qualche brano lo coscriveremo ancora, ma siamo entrambi curiosi di scoprire cosa la musica riserverà ad
Enea.
Di certo quello che ho saputo inculcargli è la consapevolezza di essere Musicista prima (studiare con dedizione e divertirsi a far ascoltar a chiunque quanto appreso e quanto frutto della propria fantasia) e personaggio dopo.


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Intervista ai

Mezzaestate


Redazione: Come è nato il progetto “mezzaestate” e qual è stata l'ispirazione principale dietro la vostra formazione?

Mezzaestate:  Il progetto mezzaestate nasce nel Dicembre del 2023 a Torino dall’idea di Stefano Calzolari (voce), Brando Ramello (chitarra e voce) e Cesare Piemontese (chitarra), a cui presto si affiancano Mattia Caporrella (batteria) e Gabriele Scotto (basso).
L’idea principale era di dare sfogo alla nostra voglia di comporre canzoni e poterci in qualche modo esprimere e raccontare tramite testi in italiano che riguardano le nostre vite, ma in realtà un po’ le vite di tutti quanti, in particolare chi sta passando quel periodo di transizione all’età adulta che contraddistingue il nostro percorso fino ad ora.
Cerchiamo di raccontare queste sensazioni attraverso un velo di nostalgia mista a ottimismo che possa strappare sul volto di chi ci ascolta lo stesso sorriso che ti viene quando ripensi a dei bei momenti che hai vissuto nel corso degli anni.

Redazione: I membri del gruppo provengono da diverse regioni d'Italia. Come questa diversità geografica ha influenzato la vostra musica e il vostro processo creativo?

Mezzaestate:  In realtà, più che le nostre differenze, quello che ha influenzato la nostra musica sono le nostre similitudini.
Ciascuno di noi ha avuto le prime esperienze con gruppi adolescenziali nelle rispettive città di origine sparse per l’italia, dai generi più disparati.
Chi proviene dal metal, chi dal punk, chi dal pop, chi dal rock più classico, chi dal prog.
Quello che è nato come un “conosco gente che suona, vediamoci e capiamo che succede” si è trasformato nell’esigenza che avevamo tutti noi non semplicemente di suonare, ma di raccontarci tramite la musica.
La scelta del genere non è stata davvero una scelta, ma semplicemente l’ unico punto di intersezione fra i nostri vari gusti che consentisse a tutti di esprimerci anche a livello di contenuti e non solo come sound.

Redazione. La scena musicale torinese sembra aver giocato un ruolo cruciale nella vostra formazione.
Potete parlarci di come Torino ha influenzato il vostro suono e la vostra identità musicale?


Mezzestate: Diciamo che il nostro progetto nasce nell’epoca post-covid, quindi germoglia in un campo molto fertile.
Noi tutti eravamo qui a Torino da prima del covid, e ricordiamo benissimo come la scena musicale “underground”, o comunque indipendente, fosse praticamente inesistente all’epoca.
Da dopo il covid, la voglia di incontrarsi è ritornata in maniera travolgente fra le nuove generazioni, e uno dei vantaggi di una città così grande è che permette di incrociare tantissime persone con gli stessi interessi e di generare eventi.
Questa esplosione di concerti e di rinnovato interesse verso la musica dal vivo ha travolto anche noi, e ci ha fatto capire che era possibile raccontarsi tramite le musica e trovare persone disposte ad ascoltarci.


Redazione: .
Il vostro stile musicale mescola influenze pop, rock, punk e cantautorali.
Quali artisti o band hanno avuto un impatto significativo sul vostro stile e su come create la vostra musica?

Mezzaestate:  Come detto prima, i riferimenti sono variegati e quasi senza senso.
A livello di scrittura Ste si ispira addirittura ai grandi cantautori del passato, da Battisti a Dalla, mentre il suono che gira intorno alle chitarre che grattano e sezioni di batteria ritmate e precise affonda sicuramente le radici nei classici del pop-punk anni 2000 come i Blink-128. Diciamo che
“Stella”, il nostro singolo, mette insieme tutti questi elementi in veste quasi sanremese e apprezzabile anche dal mainstream.

Redazione: Il vostro primo singolo, “Stella”, è stato rilasciato in maniera indipendente.
Potete raccontarci qualcosa in più su questo brano e sul processo di produzione?


Mezzaestate: Beh, “Stella” è solo il primo di una serie di brani che abbiamo registrato e prodotto rispettivamente insieme ai nostri amici Samuele Forte e Francesco D’Urso, e che usciranno nel prossimo futuro.
“Stella” è il nostro primo singolo ad essere pubblicato ma è anche il primo pezzo in ordine cronologico ad essere fuoriuscito dal progetto, da un idea di Ste,
il cantante, che ha voluto mettere su il gruppo proprio per poter suonare una canzone scritta tempo prima, in un momento di forte indecisione e instabilità emotiva.
Diciamo che è stata la canzone che da quel momento in poi ha definito il “
mood mezzaestate” e il nostro modo di intendere il progetto.
L’abbiamo portata in giro per più di un anno prima che fosse pronta da registrare e siamo molto contenti che tutti possano finalmente ascoltarla, dai nostri amici e fan della prima ora ai perfetti sconosciuti che magari cercando della musica che non se la tira e che viene direttamente dal cuore.

Redazione:.Stella” parla di un amore giovane e intenso destinato a spezzarsi.
Come avete affrontato il tema dell'amore e della tensione tra sogni e relazioni nei vostri testi?


Mezzaestate:  Dal punto di vista lirico la canzone è fortemente autobiografica, e quasi auto-esplicativa.
Il punto è che a volte le relazioni possono affievolirsi, ma questo non deve togliere importanza e significato nei riguardi di ciò che sono state per la vita di chi vi era coinvolto.
A volte si desiderano delle cose diverse, e inseguire i propri sogni, la propria
“Stella”, porta inevitabilmente ad allontanarsi, ma ciò non può e non deve fermarci dal perseguirli, conservando nel nostro cuore tutto ciò che l’altro ci ha dato

Redazione:  Quali sono le tematiche principali che affrontate nei vostri testi e cosa sperate che il vostro pubblico possa trarre dalle vostre canzoni?

Mezzaestate: Tutto si può riassumere in quello che prima abbiamo chiamato il “mood mezzaestate”: l'obiettivo principale è esprimere e condividere le nostre esperienze — che, in fondo, rispecchiano quelle di molti altri — soprattutto di chi sta attraversando quel delicato passaggio verso l’età adulta che ha segnato anche il nostro cammino.
Vogliamo trasmettere queste emozioni con una sfumatura di nostalgia intrecciata a un senso di speranza, nella speranza di regalare a chi ci ascolta quel sorriso spontaneo che affiora quando ripensi ai momenti felici del passato.


Redazione: Dopo il successo di “Stella”, quali sono i vostri piani per il futuro?
Possiamo aspettarci nuove uscite o esibizioni dal vivo?


Mezzaestttate: Tenetevi forte! Il giorno 28 marzo uscirà il nostro secondo singolo “Mezz’ora”, che preannuncia un EP in uscita in tarda primavera, a cui abbiamo lavorato tanto, e che raccoglierà tutta la “fase 1” del progetto mezzaestate.
Nel frattempo vi aspettiamo il
4 aprile al Barrio a Torino in occasione di Emergenza live contest, e il 26 aprile al Capolinea di Ciriè per ascoltarci dal vivo e passare insieme una bella serata di musica dal vivo!

Redazione:. Mezzaestate sembra evocare un senso di nostalgia e sogno.
Come descrivereste l'essenza del vostro progetto e cosa volete trasmettere attraverso la vostra musica?


Mezzaestate:  La nostra musica vuole essere in fondo libera e semplice.
Spogliandoci di vesti cervellotiche ed eccessivamente ricercate di cui la musica indipendente è già piena, cerchiamo di andare dritti al dunque, e raccontare ciò che passa per la testa di tanti ragazzi che si trovano ad affrontare la sfida più difficile della loro vita: crescere.


Redazione:  Avete collaborato con altri artisti o band nel corso della vostra carriera?
Se sì, quali esperienze collaborative sono state le più significative per voi?

Mezzaestate: Come avevamo accennato, il contributo del sottobosco musicale torinese è importante, e nominare tutti gli artisti che ci hanno in qualche modo influenzato è davvero impossibile.
Diverse persone con cui abbiamo suonato e che sono diventati nostri amici sono
i GTT, i Frenesi, i Supernova da Chieri, Khamilla, i fratelli Hexabrot con cui condividiamo la sala prove… ma di nuovo, l’elenco non è esaustivo!


Redazione:  Quali consigli dareste a giovani musicisti che stanno cercando di emergere nella scena musicale italiana?

Mezzaestate:  Sicuramente il punto di partenza è avere qualcosa da dire e non cercare di suonare solo perchè si è in grado di farlo.
Poi bisogna avere tanta perseveranza ed essere molto organizzati per riuscire a promuoversi nel modo giusto.
Oggi come oggi c’è davvero tanta gente che fa musica e il livello medio è molto alto.
La differenza è nelle piccole cose.
Ma noi cosa ne sappiamo: siamo i primi che cercano di navigare a vista e non affondare!

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